Maurizio Nichetti
Maurizio Nichetti

Milano, 20 aprile 2017- «Lo faccio o non lo faccio? Questo il problema». Alla fine non se l’è sentita di mandare al macero ricordi, pagine scritte di getto, soggetti ancora in cerca di un produttore che si innamori di loro, e lo ha fatto sì: Maurizio Nichetti, mimo, attore, regista e art designer milanese, ha pubblicato la sua “Autobiografia involontaria”, (Edizioni Bietti). Memorie sincere che si rincorrono e intrecciano, senza ordine cronologico, finestre che si aprono sui film, la scuola, il teatro, l’incontro con Chaplin, un tè con Tati. Un libro da sfogliare ma anche da guardare: ci sono dieci “QRcode” con contenuti multimediali che proiettano il lettore nei ricordi dell’artista.

Nichetti, perché è un’autobiografia involontaria?

«Ho sempre ritenuto inutili le autobiografie. Spesso servono a togliersi sassolini dalle scarpe, sono auto celebrative e nemmeno tanto verificabili. Un conto fossero scritte da altri. “io non lo scriverò mai un libro”, mi dicevo».

Poi un bel giorno, come racconta, in una notte insonne, alle 3.28 è arrivato un messaggino da una app, l’altimetro.

«È successo davvero. L’avevo scaricata durante un’escursione e mi chiedeva dopo mesi di silenzio se mi interessasse sapere a che altezza sul livello del mare mi trovavo. Mi sono chiesto come siamo arrivati sin qui. Da dove siamo partiti? Abbiamo sbagliato qualcosa? O, semplicemente, abbiamo vissuto? Mi sono interrogato sui cambiamenti tecnologici, di pubblici e sensibilità. Ho scritto con lo sguardo di chi ha fatto di tutto e si è pure divertito molto, raccontando le mie esperienze. Per avere valore l’autobiografia deve servire a chi la legge, che confronta i suoi ricordi; gli aneddoti sono usciti fuori così, involontariamente».

Ci sono anche racconti attualissimi, come “Cadaveri immortali”.

«Lo scrissi 30 anni fa, anche se sembra di leggere la realtà virtuale di oggi. Non potevo immaginare che la tecnologia sarebbe arrivata così avanti. In sé non è una nemica, ma bisogna usarla in modo creativo, è la sfida di oggi».

Per questo ha accettato l’incarico al Centro Sperimentale di cinematografia?

«Già la parola mi piaceva. Stare insieme ai giovani, sperimentare riprese in 3D, in velocità, a 360 gradi mi permette di restare aggiornato e di non invecchiare frequentando i miei coetanei (sorride)».

Nelle pagine si leggono cinquant’anni di cinema e di Milano. Perché ha scelto di rimanere qui?

«Non mi sono allontanato mai troppo, non solo da Milano ma da via Melchiorre Gioia. Un po’ ho pagato questa “fedeltà’”come isolamento dal resto del mondo, sono rimasto separato dai red carpet, però è stata una scelta di tranquillità ed è più affine al mio carattere. E poi, volendo raccontare storie universali, tanto valeva ambientarle qui, dove so come muovermi. Il surreale è nella storia. Ho davvero girato in uno spazio di due chilometri che va da Viale Sarca – come per L’uno e l’altro – al balcone di Porta Venezia di “Ho fatto splash”. Al Calvairate, dove sono nato, è ambientato “Stefano quante storie’” torno sempre sul luogo del delitto. Con la Cineteca Italiana abbiamo organizzato un tour in pullman sui set, è stato divertentissimo”.

Anche i sui film sono in un certo senso autobiografici?

«Non alla Nanni Moretti. Ma sì, ci sono le mie emozioni, anche nelle scene più surreali».

Il film a cui si stente più legato?

«Il primo amore non si scorda mai: Ratataplan mi ha cambiato la vita. Ma sono affezionato anche ai film meno fortunati che nonostante problemi di distribuzione sanno ancora divertire, come ‘Stefano quante storie”».