Libri a confronto di Antonio Calabrò

Milano, 27 dicembre 2015 - “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari”, sosteneva Georges Clemenceau, lo statista francese della pace di Versailles dopo la Grande Guerra. Bella battuta, cui però ne andrebbe aggiunta un’altra: la pace è questione talmente vitale da non poter essere lasciata in mano ai politici avidi e poco lungimiranti come fu appunto Clemenceau. Di certo, il racconto della guerra non è affare da soli uomini, che ne hanno pur avuto il quasi monopolio.

Il punto di vista delle donne è più ricco, intenso e carico di dolore e speranze. Come conferma Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura 2015 in “La guerra non ha un volto di donna”, Bompiani. “L’essere umano è più grande della guerra”, scrive la Aleksievič, ricordando due versi di Osip Mandel’štam, “milioni di uccisi a buon mercato/ han praticato nella tenebra un sentiero” e partendo dalla sua infanzia di bambina ucraina: la Seconda Guerra Mondiale era appena finita, vinta ed elevata a epopea popolare ma i racconti parlavano anche di madri, spose e sorelle rimaste in lutto, di milioni di donne sovietiche soldatesse e partigiane, di infermiere e operaie che avevano preso in fabbrica il posto degli uomini mandati al fronte e di tante altre storie “a proposito di bambole e fucili”, “a proposito di stivali da uomo e di cappellini da donna”, ”a proposito della solitudine della pallottola e della persona”, “a proposito del silenzio dell’orrore e della bellezza dell’immaginazione”, a proposito insomma di sentimenti e sogni, assenze e domande senza risposta. Perché “bisogna serbare la memoria di quanto è accaduto. Bisogna che tutti sappiano. Da qualche parte nel mondo deve conservarsi il nostro grido. Il nostro lamento…”.

Già, la guerra, ma anche il viaggio, l’amore e ancora i racconti. Di cui sono dense le pagine di “Dido, operetta pop” di Beatrice Monroy, per Avagliano. In scena c’è Didone, “il condottiero di uno dei tanti barconi che attraversano il Mediterraneo scappando da una guerra civile verso una terra promessa”. La sua figura tragica s’impossessa di Anna, donna palermitana contemporanea attentissima ai sentimenti e agli atti di civiltà e “insiste per volere essere raccontata”. E così va in scena la storia di Elissa, vedova del re di Tiro ucciso dal Sommo Sacerdote, che fugge portandosi dietro il segreto della manifattura della porpora, un colore che sa, appunto, di sangue. Fonda Cartagine. Accoglie Enea. Ne è stravolta d’amore. E abbandonata, fino alla morte. La tragedia diventa mito. Ma incontra l’attualità. E rivive, in capitoli densi d’ironia e femminile intelligenza del cuore e straordinaria capacità di narrazione: “Sprofondare per rinascere”.

Sprofonda, altroché, anche la protagonista di “Il sacrificio di Éva Izsák” di Januaria Piromallo, per Chiarelettere. È una storia vera, quella di una giovane ebrea ungherese costretta al suicidio, nel 1944, dall’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, Imre Lipsitz, che diventerà un famoso scienziato, Imre Lakatos, l’erede di Karl Popper. Vicenda torbida, ancora in gran parte misteriosa, sepolta dal silenzio per anni, come un tabù. E venuta adesso alla luce, in forma di romanzo, perché la letteratura disveli quello che la ricerca storica ancora non può. Un romanzo memorabile. Andare alle radici, dunque. Come nei tre racconti di “Zia Sass” di Pamela Lyndon Travers: le origini di Mary Poppins, gli ambienti dell’Inghilterra vittoriana, la scoperta di nuovi mondi, i segreti e i misteri capaci “di sollevare le nostre vite quasi sul piano della leggenda”. Racconti vitali.