Luca Tomio, storico dell'arte
Luca Tomio, storico dell'arte

Milano, 27 novembre 2019 - Lo sguardo che si perde sul fiume. Il taccuino a portata di mano, attorno «sei, sette bocche». Gli allievi. A Vaprio, Leonardo aveva una bottega e un’Accademia. Discepoli: Salai, lo stesso Francesco Melzi d’Eril, figlio di papà, del quale fu ospite per più di due anni nella villa di famiglia a picco sull’Adda, a inizio Cinquecento. Luca Tomio, storico dell’arte, non ha dubbi: «È qui che il Maestro portò a termine i suoi capolavori: Monna Lisa, Vergine con il Bambino, Sant’Anna. I paesaggi sono inconfondibili». È qui che viveva «circondato da giovani pittori. Era sempre in mezzo ai suoi apprendisti».

Sono le idee forti raccontate da “Leonardo e i paesaggi di Lombardia”, guida fresca di stampa che lo studioso milanese ha scritto per Fondazione Lombardia per l’Ambiente e Città Metropolitana. Alzi la mano chi sa che il Maestro «comprava le piantine di Milano esattamente come farebbe un turista oggi dal cartolaio di Cordusio, o che andava a cena all’Osteria del Saracino, a Pavia, con gli amici - semplifica l’esperto -. Mangiava solo sedani bianchi di Varallo Pombia, i migliori secondo lui, amava i vini potenti della Valtellina e i crotti della Valchiavenna. Visitava le vigne di Vigevano, conosceva i cercatori d’oro del Ticino, passeggiava tra le pertiche di castagno in Brianza, i fontanili della Martesana, la forra di Paderno e le ghiacciaie della Grigna».

Tomo ha un chiodo fisso: «La Lombardia? Come il Louvre», «perché se i francesi hanno le opere, noi abbiamo gli scorci e tutto il mondo che vi è condensato. Fosse capitata a loro questa fortuna, avrebbero già fatto furore, invece noi fatichiamo a tutelare e a mettere sotto i riflettori la nostra bellezza. Un errore clamoroso». «Leonardo ha trascorso a Milano e dintorni venticinque anni: è qui che ha realizzato le sue tele più celebri - ricorda l’autore -. Ha compilato 700 dei 1.200 fogli del Codice Atlantico, ha raccolto la biblioteca universale, ha portato a termine due terzi degli studi anatomici e ha affinato le competenze ingegneristiche secondo il modo lombardo». Se nel primo periodo al servizio di Ludovico il Moro salta da Milano a Brescia, Como, Pavia, Vigevano, dalle rive del Po alle montagne al confine con la Germania e la Svizzera, poi, sotto il governatorato francese si concentra nella valle dell’Adda e sulle montagne intorno a Lecco, i confini Nord ed Est del Ducato di Milano. Una fase che culmina con il soggiorno a villa Melzi a Vaprio tra il 1511 e il 1513, base sicura del padre del suo allievo prediletto, quel Gerolamo Melzi, comandante in capo delle truppe sforzesche. È nel buen retiro sull’Adda che affina il suo studio del paesaggio e termina i lavori più celebri. Ed è sempre nella quiete della villa di Vaprio che continua a riunire intorno a sé un gruppo di allievi che fin dagli anni ’90 del ’400 era la sua Accademia.  «Bisogna cominciare pensare che oltre alle meraviglie autografe, ha messo mano a molte opere dei suoi adepti e quindi bisogna considerare non solo i dipinti del Maestro ma anche quelli di Leonardo e Boltraffio, Leonardo e Salai, Leonardo e Melzi». Il manuale sfata un altro mito. «L’autoritratto di Torino non gli somiglia - spiega Tomio -. La vera faccia di Leonardo era quella dell’uomo vitruviano, la stessa dell’affresco di Brera di Bramante in cui il grande artista è insieme all’amico».