Giuseppe Piscopo
Giuseppe Piscopo

Sant'Angelo Lodigiano (Lodi), 6 agosto 2015 - Strana la storia di Giuseppe Piscopo. Nato a Napoli, adottato da Sant’Angelo Lodigiano, svanito nel nulla in Nigeria il 21 giugno del 2009. I familiari dell’operaio e cuoco non si sono mai arresi e tornano a lanciare un appello perché chi può aiuti in qualche modo le ricerche. La moglie Antonietta Silvestro non ha desistito neppure quando il fascicolo è stato archiviato dal tribunale di Lodi, a fine dicembre 2014, su richiesta del procuratore capo Vincenzo Russo. La donna ha continuato a lottare per scoprire la verità che si nasconde dietro la misteriosa scomparsa del marito. La famiglia ha interpellato persino la Farnesina, ricevendo rassicurazioni che sulla vicenda l’indagine è ancora aperta.

Giuseppe, che adesso avrebbe 71 anni, nel 2005 trova lavoro alla ditta Poligof di Pieve Fissiraga, dopo aver deciso di spostarsi da Napoli a Sant’Angelo Lodigiano con la famiglia per assecondare il sogno del figlio più piccolo di sfondare nel mondo del pallone. Lavora per anni come cuoco, poi è costretto a cambiare professione per tirare avanti. In poco tempo a Sant’Angelo stringe qualche amicizia. Trascorre le giornate in compagnia di immigrati residenti in paese. Tra loro anche Carolina Akpan, una ragazza nigeriana, di 38 anni, madre di un bimbo di 7 anni, della quale si sarebbe invaghito. E proprio con lei e altri nigeriani, l’uomo, dopo aver avvisato con una telefonata una delle figlie, decide di partire con un aereo il 19 giugno del 2009 alla volta di Lagos, in Nigeria, forse con il progetto di aprire là un ristorante e vivere una seconda giovinezza. Da quel momento, nessuno ha avuto più sue notizie. La Akpan torna in Italia il 19 luglio 2009 così come previsto, Giuseppe no.

La denuncia della famiglia di Piscopo risale a qualche giorno più tardi. La procura di Lodi apre un fascicolo per avviare le ricerche. Subito gli inquirenti interrogano la donna come persona informata sui fatti. Dopo poche settimane anche lei sparisce da Sant’Angelo. Da allora sulla vita di Piscopo scende una cortina nera: l’Interpol esclude che possa essere rientrato in Italia, in compenso dal suo conto sono stati fatti due piccoli prelievi, uno da 100 euro e l’ultimo, nel settembre del 2009, da 200 euro. Nel marzo del 2012 la procura di Lodi ha pronto un mandato di fermo per la Akpan, con le ipotesi di reato di omicidio e soppressione di cadavere. Ma a maggio del 2014 tutto si blocca di nuovo per il parere negativo sulla «spedizione» in Africa arrivato dall’ambasciata italiana ad Abusha in Nigeria. «Le indagini sono state coordinate in maniera pessima – dice Francesca, una delle figlie di Giuseppe Piscopo –. La Akpan avrebbe potuto dare delle spiegazioni importanti su quello che è successo a mio padre. Vogliamo la verità sulla vicenda. Mia madre è costretta a vivere con 290 euro al mese della pensione di invalidità. Inoltre, la procura ha bloccato circa 13mila euro che sono sul conto corrente intestato a mio padre. Ci dicono che bisogna aspettare dieci anni dalla scomparsa per presentare la dichiarazione di morte presunta».