Controlli della polizia a Milano
Controlli della polizia a Milano

Milano, 18 marzo 2020 - La Lombardia non è la Corea del Sud, dove i telefonini del positivi al coronavirus vengono tracciati per scoprire dove sono stati prima del tampone, isolando contatti e sanificando luoghi “chirurgicamente“ in una sorta di Grande Fratello epidemiologico; ma anche qui siamo capaci di geolocalizzare gli smarphone e alla Regione è venuta l’idea di chiedere l’aiuto delle compagnie telefoniche per controllare se i lombardi, da quando intorno a loro è stata disegnata la zona "arancione", poi "protetta", siano rimasti veramente in casa.

Il risultato del monitoraggio, avvenuto in assoluta privacy misurando solo gli spostamenti tra celle telefoniche, non è dei migliori: "In base alle prime stime – ha spiegato il vicepresidente della Regione Fabrizio Sala – il calo dei movimenti rispetto al 20 febbraio è del 60%". Vuol dire che il 40% si sposta ancora e oltre il raggio di 300, 500 o mille metri coperto da una cella, ed è abbastanza chiaro che non può trattarsi solo di chi va a fare la spesa o è costretto a lavorare senza possibilità di telelavoro: "Ci sono ancora troppe persone che si spostano". Anche a Milano, arrivata a 2.326 contagiati con l’hinterland (+343 in un giorno; solo Brescia, a 3.300 positivi dietro Bergamo, ieri è cresciuta di più) e 946 in città. E il rigore, insiste il governatore Attilio Fontana in scia a un altro Sala – il sindaco di Milano Beppe – dovrebbe valere ancor di più per i milanesi, che abitano un’area densamente popolata dove un contagio diffuso avrebbe "conseguenze ancor più gravi" per un sistema sanitario giunto quasi a saturazione.

Oggi pomeriggio il Sala vicepresidente andrà a Malpensa ad accogliere un volo da Shanghai con venti tonnellate di materiale sanitario e un gruppo di sette medici e tre tra tecnici e infermieri; solo la prima delegazione di un pattuglione di 300 esperti cinesi che "verranno a darci una mano", spiega l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera. Arrivano anche i primi medici americani che monteranno un ospedale da campo da 60 letti (sei di terapia intensiva) dentro l’ospedale di Cremona, dono delle Chiese Evangeliche: "Il mondo si sta stringendo intorno a noi", dice Gallera, che in attesa dell’hub in Fiera va avanti col piano B di potenziamento delle terapie intensive in spazi dismessi di alcuni ospedali, in base a un programma che conta sull’arrivo di 192 respiratori in Lombardia (e che all’opposizione raccoglie l’approvazione del Pd: " È una risposta molto più adeguata rispetto a portare i malati di Covid19 nelle Rsa, scelta rischiosa e sbagliat a").

Sedici nuovi letti di rianimazione aprono oggi al settimo piano dell’ospedale San Carlo, altrettanti dovrebbero aggiungersi al decimo tra sette giorni. "Al Morelli di Sondalo abbiamo già riempito tre piani con 8 posti di terapia intensiva; Cuasso ospita 25 pazienti e può arrivare a 100 se troviamo il personale; il Pot di Bollate accoglierà 24 malati Covid che respirano autonomamente", elenca l’assessore. Altre palazzine vuote sono state individuate al Niguarda, al Policlinico e al San Matteo di Pavia, mentre sul vecchio ospedale di Legnano (che i Cobas suggerivano come alternativa all'hub in Fiera) la relazione dei tecnici è stata lapidaria: "È chiuso da 10 anni, tutti gli impianti sono disattivati, le tubazioni di rame che trasportano i gas medicali seriamente danneggiate dai furti – chiarisce Gallera –. Servirebbero dai 6 ai 12 mesi per ripristinarlo. Non li abbiamo". Il medico e consigliere radicale Michele Usuelli ha condotto una sua controinchiesta ed è giunto alla medesima conclusione, di cui dà conto su Facebook. E domanda: "I letti di risveglio delle sale operatorie chiuse sono stati usati tutti per creare posti di terapia intensiva?" .