I carabinieri avanti all'abitazione dov'è stata uccisa la piccola Gloria
I carabinieri avanti all'abitazione dov'è stata uccisa la piccola Gloria

Cremona, 25 giugno 2019 - Aveva due famiglie, una era in Africa. Kouao Jacob Danho, accusato dell’omicidio della piccola Gloria, la figlioletta di due anni, pare non avesse mai confessato all’attuale compagna,  Isabelle Audrey, di avere un’altra famiglia in Costa d’Avorio. È stata la donna a scoprire tutto qualche mese fa, soprattutto che lo stesso Jacob inviava denaro costantemente in Africa: da lì sono iniziate liti e dissapori.

Fino a quando, nel febbraio scorso Jacob l’ha picchiata: calci e pugni, al punto da mandarla all’Ospedale con un timpano rotto. Ma contro la piccola Gloria mai nessuna violenza, nessun rancore. I carabinieri del gruppo investigativo sono al lavoro per capire cosa sia accaduto sabato, dalle 9 alle 18, arco di tempo in cui tutto si è consumato. Jacob non ha confessato il delitto, anzi avrebbe accusato di quanto accaduto un rapinatore entrato in casa: l’arma del delitto è un coltello da cucina dalla lama lunga 30 cm. Una serie di accertamenti su più fronti, a partire da quello relativo al perchè Jacob abbia potuto prendere con sé Gloria sabato mattina, lui che era inquisito per maltrattamenti in famiglia. La piccola viveva con la madre in una casa protetta, affidate entrambe ai servizi sociali del Comune di Cremona.

Ieri pomeriggio in Comune si è tenuta una riunione fiume, presente lo stesso sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti, e i servizi sociali, per capire come mai Jacob potesse vedere la figlia. E proprio questo aspetto sembra destare anche polemiche. «È inaccettabile che, dopo tanta formazione a tutti gli attori coinvolti nelle politiche antiviolenza, ci si trovi per l’ennesima volta di fronte a un violento cui viene data la possibilità di agire senza controllo. Dopo la denuncia da parte della donna, non possiamo accettare che la violenza sia ancora perpetrata fino all’estremo gesto. Tutti i giorni assistiamo a situazioni di totale impunità che comportano la prosecuzione delle violenze cui la donna tenta di sottrarsi». Lo dichiara Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate (Cadmi) di Milano. Il centro antiviolenza chiede di sapere «perché non è stata emessa una misura cautelare sia da parte della Procura Generale ordinaria che della Procura Minorile di Brescia. Chi ha permesso al padre di incontrare la bambina e portarla via dalla struttura in cui era? Perché non sono state attivate le organizzazioni che sul territorio si occupano di violenza contro le donne?».