Amici di Bossetti a Roma
Amici di Bossetti a Roma

Bergamo, 12 ottobre 2018 - «Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento. Vedo mio marito come un uomo prostrato, sfinito, ma che crede ancora nella giustizia». Oggi sarà anche per Marita Comi un altro finale di partita, spera non l’ultimo e definitivo, quello della pietra tombale. La moglie di Massimo Giuseppe Bossetti attenderà l’esito della Cassazione nella sua abitazione di Mapello accanto ai tre figli, che oggi hanno 17, 13, 12 anni. Sarà una giornata regolata dai soliti orari. La sveglia alle quattro e mezzo del mattino, venticinque chilometri in auto per raggiungere il condominio dove fa le pulizie, il lavoro fino alle 10, il ritorno a casa. 

Massimo Bossetti si aggrappa all’ultima speranza per sfilarsi dalla condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La ripetizione del test sul Dna trovato sugli slip della tredicenne di Brembate di Sopra è la prova fondante dell’accusa e delle due sentenze di condanna (prova «inconfutabile», secondo il giudizio d’appello, per la perfetta coincidenza con quello dell’imputato). Ma è anche l’architrave del ricorso della difesa, che reitera la richiesta di nuovi esami. Per il muratore bergamasco è un pensiero fisso, dominante. Lo ha scritto in una lettera all’avvocato Claudio Salvagni, suo difensore con il collega Paolo Camporini. Ha confidato la sua attesa e le sue aspettative nel giudizio della Suprema Corte: «Ho molta fiducia e speranza nella Cassazione e mi auguro, con tutto me stesso, che mi venga concessa la ripetizione sul Dna, perché se solo, per l’ennesima volta, mi venisse negata, sarebbe una disumana, ingiusta, ulteriore crudeltà, visto che da anni insistentemente, non ho mai smesso di implorare supplicando nel ripetere. È l’unica cosa che da anni chiedo e niente più. Siamo o no tutti alla ricerca della ‘Verità’? Allora che mi venga concessa, perché lo si deve a Yara e anche a tutti noi che abbiamo trepidato per la sua sorte».

La sparizione di Yara, il 26 novembre del 2010, all’uscita dal centro sportivo di Brembate. Il ritrovamento del corpo tre mesi dopo, il 26 febbraio del 2011, a una decina di chilometri di distanza, in un campo incolto a Chignolo d’Isola. Il primo caso in Italia di un processo ‘scientifico’, con il pieno sdoganamento del Dna come prova. Gli ‘ermellini’ della prima sezione penale decideranno se confermare le due sentenze, quella della Corte d’Assise di Bergamo, del primo luglio 2016, e quella della Corte d’Assise di Brescia, il 17 luglio dello scorso anno: ergastolo per omicidio «aggravato dall’avere adoperato sevizie ed agito con crudeltà». In entrambi i gradi di giudizio Bossetti è stato assolto dall’accusa di calunnia nei confronti del collega di lavoro Massimo Maggioni. La procura generale di Brescia ha fatto ricorso contro l’assoluzione. Altri due collegi della prima Cassazione si sono già occupati del caso Bossetti quando hanno respinto la richiesta di libertà provvisoria o di misure alternative alla detenzione. 

Seicento pagine (595 per l’esattezza), articolate in 21 punti e con un cd allegato. Altre 63 pagine di motivi aggiunti. È il monumento cartaceo costruito dai legali di Bossetti. Viene sottolineata ancora una volta l’anomalia dell’assenza del Dna mitocondriale dell’imputato (che individua la linea materna). La parola ora spetta ai giudici della Suprema corte.