Bergamo, 27 dicembre 2020 - Sarà tutta da leggere, una volta depositata, la motivazione della sentenza con cui la Corte d’Assise di Bergamo ha assolto Antonio Tizzani con la più piena delle formule: per non avere commesso il fatto dall’accusa di avere ucciso la moglie Gianna Del Gaudio, la sera del 27 agosto 2016 nella loro villetta di Seriate; perché il fatto non sussiste da quella di maltrattamenti. È stata accettata la versione giudicata inverosimile e quasi grottesca dagli accusatori dell’ex capostazione, oggi un pensionato di 72 anni: quella di un assassino incappucciato con una felpa calta sul volto che s’introduce verso mezzanotte nella cucina dove una professoressa a riposo sta lavando i piatti e la sgozza. Intanto il marito è in giardino a innaffiare i fiori.

L’imputazione di maltrattamenti reggeva quella dell’omicidio. È caduta, non è stata creduta. Questo ha intaccato alla base la tesi dell’omicidio avvenuto al culmine di una delle frequenti liti fra una moglie sottomessa e un marito dipinto dall’accusa come violento, una specie di satrapo. Secondo il pm Laura Cocucci "la moglie era tutto per Tizzani, perché lavava, cucinava e stirava, ma doveva rimanere a sua disposizione, zitta e al proprio posto". Fino a quando la mite Gianna non aveva iniziato a rispondere, a replicare, fino al punto di formulare un pensiero (subito rientrato) per una separazione che mettesse fine alla lunga convivenza. Referti usciti a più riprese dal pronto soccorso. Testimoni. Ma anche versioni che contrastavano, negavano l’immagine del coniuge collerico e manesco. Figli e altri testimoni hanno confermato le difficoltà di deambulazione della vittima, affetta da osteoporosi.

Importante anche per il suo carattere "neutro" la testimonianza di Erika Messi, moglie separata di Mario Tizzani, uno dei due figli dell’ex ferroviere. La donna ha parlato di minacce verbali dell’uomo alla consorte, ma a parte uno schiaffo, non lo ha mai visto rifilarle pugni o botte. Un’altra circostanza a favore. Nella villetta di piazza Madonna delle Nevi si era compiuta una feroce mattanza, ma sugli indumenti, l’orologio, l’anello di Tizzani non erano state trovate tracce di sangue. La difesa ha sostenuto la tesi che la presenza del codice genetico sul cutter (probabile arma del delitto) potrebbe essere dovuta a una contaminazione con il tampone salivare dell’imputato oppure che tracce del Dna di Tizzani potrebbero essere rimaste impresse sul sacchetto della mozzarella dove era stato riposto il taglierino con dei guanti di lattice.

Il genetista forense Giorgio Portera, consulente della difesa, ha portato in aula una tesi suggestiva quanto inquietante: non solo lo stesso modus operandi, ma anche un "ponte" genetico fra l’omicidio di Seriate e quello, quattro mesi dopo, di Daniela Roveri, la manager uccisa con un solo fendente alla gola, la sera del 20 dicembre 2016, nell’androne del suo condominio, a Colognola. "I 23 marcatori – aveva spiegato il genetista, ex ufficiale del Ris – rilevati nell’omicidio Del Gaudio e in quello Roveri sarebbero sovrapponibili. L’aplotipo Y, che indica le linea maschile, è lo stesso nel grado della forte compatibilità. Non parlo di serial killer. La compatibilità è forte, l’identificazione di Ignoto 1 è abbastanza chiara. I due casi sono vicini anche per la dinamica. Ci sono i presupposti per capire la compatibilità e risolvere i due casi".