Bergamo, 12 giugno 2018 - Uno degli indagati lo ha definito “il perno”. Antonio Porcino, 65 anni, originario di Reggio Calabria, direttore del carcere di Bergamo per 33 anni. Dal primo giugno in pensione dopo 40 anni di carriera, iniziata nel 1979 da vicedirettore a Novara.

Porcino è stato arrestato ieri mattina nel suo appartamento in via Rocca dai carabinieri e dalla Guardia di finanza. Una operazione congiunta nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai sostituti procuratori di Bergamo Maria Cristina Rota e Emanuele Marchisio. Porcino è stato portato in carcere a Parma. Ai domiciliari sono finiti anche il direttore sanitario del carcere, Francesco Bertè, il capo della polizia penitenziaria a Bergamo, Antonio Ricciardelli, il commissario Daniele Alborghetti e due imprenditori di Urgnano, padre e figlia. Le accuse, a vario titolo, sono di corruzione, turbata libertà degli incanti, peculato, falso ideologico, tentata truffa ai danni dello Stato: 27 le persone indagate. L'inchiesta, che annuncia sviluppi, è scattata nell’aprile 2017 da una segnalazione della Guardia di finanza di Vibo Valentia nell’ambito di indagini collegate alla realizzazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. In azione anche i carabinieri della compagnia di Clusone. L’imprenditore di Dalmine Gregorio Cavalleri, arrestato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, aveva evitato il carcere a Bergamo ed era rimasto a lungo ricoverato all’ospedale Papa Giovanni XXIII grazie a certificati medici rilasciati in carcere che attestavano un grave choc emotivo: uno stato psicofisico in realtà inesistente, secondo gli inquirenti. Poi gli accertamenti sono proseguiti in più direzioni, concentrandosi nello specifico su alcune condotte dell’ex direttore Porcino, del direttore sanitario, del commissario della polizia penitenziaria e di due imprenditori. Quanto a Porcino, dall’indagine si è scoperto che nel suo ultimo anno di lavoro ha collezionato circa duecento giorni di malattia per presunto stress. Un’assenza resa possibile dai certificati compilati dal medico del carcere. Secondo gli inquirenti l’intento di Porcino era quello di non fruire delle ferie in modo da farsele pagare, per circa diecimila euro. Il suo appartamento in ristrutturazione a Lallio sarebbe stato ristrutturato grazie alla distrazione di personale della polizia penitenziaria e di proprietà, tra cui due wc nuovi. Non solo. L’ex direttore, con l’appoggio dell’amico commissario della penitenziaria, si sarebbe “adoperato” affinché la società degli imprenditori di Urgnano, titolari di una ditta che installa distributori automatici, vincesse l’appalto per il carcere di Monza.

Porcino, si legge nell’ordinanza, frequentava il casinò di Saint Vincent, e aveva dei contatti anche con tal Jordan, rom, «appartenente al mondo della malavita». Nell’inchiesta si parla di un presunto falso sulla durata di un colloquio che il procuratore di Brescia, Tommaso Buonanno, ebbe il 21 marzo con il figlio Gianmarco, detenuto per rapina. La richiesta, lecita, di prolungare il colloquio, «se fosse possibile fare due ore» era stata registrata. Il procuratore capo di Bergamo, Walter Mapelli ha precisato: «Il dottor Buonanno non è minimamente sospettato di aver indotto la polizia penitenziaria a modificare i registri dei colloqui in carcere».