Milano, 23 maggio 2016 - Appena varchi il portone ti accorgi che la «musica» è cambiata, nel senso letterale della parola. Al centro, c’è un bellissimo pianoforte, Massimo Carrieri, il musicista, sta facendo le prove, le note invadono il cortile “dell’edificio mondo’’, si sente uno sbattere di finestre, l’odore del sugo pronto per servire il pranzo di domenica, vociare di bambini, poi qualcuno decide che sì è meglio scendere che criticare, protestare, poco importa se c’è qualcuno che ha fatto le ore piccole e vorrebbe dormire. La polizia interviene, placa gli animi. Ed eccoli lì, gli abitanti di viale Bligny 42. Piano City, che ha trasformato Milano in grande palcoscenico, facendo suonare i musicitsti in ogni luogo, è sbocciato anche in questo cortile. Un miracolo. Pensare che quattro anni fa era impossibile entrare nel «fortino della droga», regno di vagabondi e spacciatori che qui oltre che casa e bottega potevano contare sull’impunità, protetti da una rete di amicizie e complicità tessute dall’«ape regina», la ex custode del palazzo ormai esautorata.

Quattro anni dopo il “melting pot” è comunque assicurato, ci sono tanti abusivi negli appartamenti piccoli e fatiscenti, i pusher ci sono ancora e tengono pure famiglia, i loro figli giocano in cortile con gli altri, ma la legalità pian piano si espande. Con questa iniziativa, racconta Paolo Bassanini, ingegnere, residente nel palazzo dal 2012, "abbiamo finalmente raggiunto l’obiettivo di aprire questo cortile alla città, e non più di tenerlo chiuso per lo spaccio". Perché è qui che si bussava (e purtroppo, si bussa ancora) se ci si voleva rifornire di «roba buona». La musica è cambiata, la parola d’ordine oggi è includere, partecipare. Immigrati e italiani provano a convivere, cercano di capirsi, anche se hanno religioni diverse.

Non che sia facile, chiaro. Ma ci si prova. Le note di Leaving tratte da Zahir, il nome dell’album di Carrieri, raccontano i suoni del mondo, più storie intrecciate che si muovono geograficamente dal Levante sino a fondersi nell’altro estremo, Under Manhattan sky. Come quelle, reali, di questo palazzo. I suoni raggiungono i piani alti. A Franca, per esempio, piace la musica ma ha tanti pensieri per la testa, deve cambiare casa e ha figli piccoli a cui badare. Parla a voce alta e qualcuno la zittisce. In cortile va e viene, col suo piccolo di sei mesi in braccio, Reka, 33 anni: faceva la colf al giornalista Lamberto Sposini, ora lavora in una bella casa in Sant’Ambrogio, paga un affitto di 500 euro, vive con un altro figlio e il marito ed è contenta di stare qui «anche se le case sono piccole». Ci sono oltre 200 alloggi in viale Bligny 42, un brulicare di vite, alcune difficili, stentate, altre più artistiche, che qui hanno trovato ispirazione. Maurizio Cattelan era di casa, ma anche Emi Fontana ha una galleria anche se vive più a New York. Pure Matteo Salvini ha comprato casa. «Chi lo vede? Ci aspettavamo desse una mano», fa notare Michele Cerioni, altro giovane ingegnere che si dà da fare per cambiare il volto al palazzo senza stravolgerne l’identità.

«Non poteva capitarmi posto migliore per la mia esibizione – dice al termine del concerto Carrieri –. All’inizio ho temuto di non essere accettato, c’è stata qualche protesta ma poi tutto è filato liscio. Mi sono sentito vicino a questa realtà, sono un uomo del Sud, capisco tante cose. Nella mia musica c’è il carico emotivo degli allontamenti dal luogo di origine, le atmosfere del Mediterraneo ma anche un inno alla gioia e un messaggio di luce, pace. E speranza di convivenza per il futuro».