Milano, 3 marzo 2017 - “No, quella che per molti è apparsa un’altezzosità scorbutica a me pare piuttosto un’ennesima dimostrazione di timida selvatichezza”: Riccardo Bertoncelli, padre della critica musicale italiana versione rock – ah, quelle recensioni immaginifiche su “Muzak” o “Gong”, e le polemiche tra fans, gucciniani e no… -, il suo amore per Bob Dylan lo rivela in poche parole. Più numerose quelle che ha scritto per “I mondi di Bob Dylan”, la mostra, gratuita e aperta a tutti, che s’inaugurerà domani a Bergamo, al Centro Culturale San Bartolomeo. Dedicata al “menestrello del rock”, uno degli interpreti più amati e seguiti, anche discussi e controversi – sino al rifiuto di ritirare il premio -, delle culture, giovanili ma non solo, dello scorso mezzo secolo.

Bertoncelli, una mostra costruita in tempi quasi record…

«Sì, l’idea venne a Sergio Noto, professore di Storia economica all’Università di Verona, lo scorso dicembre, quando da Stoccolma esplose la notizia del Nobel a Dylan”.

Una mostra tutta sua? Lei terrà domani anche visite guidate.

«No. Se il progetto è di Noto, curatori siamo io e Angelo Piazzoli, segretario generale della Fondazione Credito Bergamasco, organizzatrice dell’esposizione. Io in particolare ho scritto i testi dei ventidue pannelli».

Una lunga, dettagliata biografia?

«Su undici di quei pannelli. Vede, la nostra è una mostra che mi piace definire dignitosamente povera. Certo, avevamo un milione di idee. Così, abbiamo riservato altri undici pannelli ad altrettante canzoni, testi interi o parti».

I pezzi più famosi?

«Abbiamo voluto dar vita a una mostra per tutti. Divulgativa. Per adulti, giovani e giovanissimi. Ovvio, non poteva mancare “Blowing in the Wind”, ma Dylan non è stato solo lei. Come non è stato solo il compagno storico d’arte di Joan Baez. In cinquantacinque ani Dylan è stato tanti Dylan».

Troppi?

«No, tanti. Il Dylan degli anni Sessanta, quello polemico, quello visionario, romantico, arrabbiato. L’artista in crisi negli anni Ottanta, quando di nascosto meditava anche il ritiro. Poi la rinascita, il Neverending Tour, duemila date. Il Dylan interprete di altri, vedi le cover di Sinatra, che piacciono tanto agli americani».

E meno agli italiani nostalgici. Come piacque meno il Dylan mistico.

«Già. E poi non dimentichiamo il Dylan scrittore: l’esperimento parolibero di “Tarantula”. E il pittore. E, come ho scoperto in questa occasione, lo scultore».

Torniamo alle canzoni. “Blowing in the Wind”, poi…

«Allora, dopo quella specie di inno di Garibaldi, “Visions of Johanna”, per esempio, pezzo visionario del ’66. L’ancora più misterioso “Tangled Up in The Bible. Poi”Hurricane”, “Knocking on the Heavens Door”, “Jokerman”, chissà chi è? Dylan stesso?».

Bertoncelli, lei conosce tutti, da Al Bano a Mama Béa Tekielski. Dylan è il suo artista preferito?

« Per certi versi sì. Anche se sono conosciuto soprattutto come “zappiano”. Su Dylan comunque ho scritto anche “Una vita con Bob Dylan”, una sorta di memorie del maggiordomo…».

Ha scritto anche un catalogo per questa mostra?

«No, quello l’ha scritto Pier Giuseppe Montresor».

Un’ultima domanda. Uno, due, dieci Dylan: guizzi di sincerità o svolte di furbizia?

«Bella domanda… Se c’è o ci fa… Per me c’è, c’è sempre stato… Da quando gli precipitò addosso una fama universale. Era un ragazzo poco più che ventenne…».