Crema, 23 febbraio 2016 - Il giorno del giudizio, per don Mauro Inzoli, sarà il 9 marzo prossimo, quando la sua causa verrà discussa davanti a Letizia Platè, giudice delle udienze preliminari. E si parlerà di abusi sessuali su minori che il prete in Mercedes, come veniva chiamato, vista l’auto che utilizzava e che aveva ottenuto in regalo, avrebbe commesso dal 2004 al 2008. In totale, otto casi, ma un’altra quindicina è già andata in prescrizione. Secondo i bene informati gli avvocati di don Mauro, i fratelli Giarda, avrebbero chiesto informazioni sul patteggiamento, ripiegando poi sul rito abbreviato. Questo significa che in caso di condanna don Mauro può contare su uno sconto di pena di un terzo e, soprattutto, si potrà fare appello. Il che allunga i tempi processuali pericolosamente verso una prescrizione di tutti gli eventuali reati.

Con ogni probabilità il prossimo 9 marzo non ci sarà sentenza, ma solo ufficializzazione della richiesta di rito abbreviato e il rinvio del procedimento con data di inizio del processo. «Se la giustizia umana mi chiamerà, io risponderò: mi sento tranquillo», aveva detto don Mauro in intervista all’indomani dell’apertura del procedimento per le accuse di abusi sessuali su minori da parte del procuratore della procura di Cremona, Roberto di Martino. La procura si era mossa dopo due esposti che erano stati inoltrati dal parlamentare cremasco di Sel, Franco Bordo e dall’associazione ligure per la difesa dei bambini L’Abuso. Siamo nel mese di luglio del 2014 e dopo un anno ecco la richiesta di rinvio a giudizio del prete da parte del procuratore. Nel frattempo la procura di Cremona aveva chiesto gli atti al Vaticano, che nel febbraio del 2015 glieli aveva rifiutati. «È prassi comune non dar luogo alle richieste della magistratura – dicono dal Vaticano – e non si tratta di coprire questo o quell’individuo, ma solo di dar corso ai nuovi patti tra stato e chiesa di Villa Madama del 1985».

Tuttavia, la vicenda di don Mauro Inzoli, potente esponente di Cl, fondatore del Banco alimentare, del quale è stato presidente fino alla fine del 2014, ha molte ombre. Per esempio, come mai l’inchiesta della magistratura è scattata solo dopo due esposti e non dopo che si erano apprese le motivazioni della condanna da parte della Chiesa nei confronti del parroco? La vicenda era diventata di dominio pubblico nel 2012, quando il vescovo di Crema Oscar Cantoni, aveva emesso un comunicato che annunciava la riduzione allo stato laicale del parroco. Motivo: violazione dell’articolo 1720, dove ci sono cinque capi d’accusa, tra i quali la pedofilia. Sarebbe bastato questo per aprire, d’ufficio, un’inchiesta, ma la procura di Crema non aveva istruito alcun fascicolo. Per la verità l’allora procuratore, Aldo Celentano aveva chiesto informazioni ma non aveva inteso procedere. La questione era poi esplosa con la lettera del vescovo di Crema che nel giugno 2014 dà atto dell’accoglimento del ricorso di don Mauro, che resta prete ma certifica gli abusi ed esprime la condanna comminatagli da monsignor Gerhard Muller della Congregazione della fede. La lettera del vescovo è del 26 giugno 2014 e ancora non basta per l’apertura di un’inchiesta, che però diventa impossibile da ignorare dopo i due esposti. Ed ecco le risultanze: oltre venti casi di abuso su minori, la gran parte in prescrizione ma otto ancora attuali. Si procede. E don Mauro rischia fino a 12 anni.