Lidia Macchi
Lidia Macchi

Varese, 18 gennaio 2021 - A trentaquattro anni da un delitto ancora senza colpevoli. Il 27 gennaio la Cassazione dovrà decidere fra due strade: confermare la sentenza di piena assoluzione per Stefano Binda, pronunciata dalla Corte d’Assise d’appello di Milano che ha annullato l’ergastolo inflitto a Varese in primo grado; rimandare davanti ai giudici dell’appello milanese il cinquantaduenne di Brebbia per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa di Varese, giovane leader di Comunione e Liberazione, straziata con ventinove coltellate la sera del 5 gennaio 1987. La prima sezione penale sarà presieduta da Maria Stefania Ditomassi, giudice relatore Giuseppe Santalucia (estensore della sentenza sull’omicidio di Marco Vannini); per l’accusa il sostituto procuratore generale Marco Dell’Olio (accusa al processo per i rimborsi alla Lega). In una memoria di una ventina di pagine i difensori di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno condensato la loro replica al ricorso della procura generale di Milano e della parte civile contro l’assoluzione.

Quello del pg è un ricorso di merito e non di diritto: fuori dal perimetro della Cassazione e non contesta la sentenza dei giudici milanesi che al contrario, secondo la difesa, è inattaccabile. Nel ricorso si parla di non assunzione della "prova decisiva". Si fa riferimento alle consulenze psichiatriche. Ma l’appello milanese, ribattono i legali di Binda, ha escluso la perizia psichiatrica che secondo l’articolo 430 del codice di procedura penale rientra negli atti per i quali è prevista la partecipazione dell’imputato o del difensore. La procura generale contesta la testimonianza dell’avvocato Piergiorgio Vittorini che in aula ha detto di avere ricevuto in studio la visita dell’autore della prosa poetica "In morte di un’amica", recapitata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali di Lidia, considerata di mano dell’assassino e attribuita a Binda.

Testimonianza valida, secondo i difensori: Vittorini era stato autorizzato dalla Corte a riferire solo quanto avvenuto in sua presenza e così è stato. La parte civile aveva ricusato il collegio e l’istanza non era stata accolta dalla Corte d’Appello con una decisione che avrebbe dovuto essere impugnata davanti alla Suprema Corte. Ma non c’è stata impugnazione. Nella documentazione dell’accusa agli ermellini romani c’è la fotografia di una Fiat 131 e si sostiene che è quella di Binda, avvistata a una testimone, affacciata a una finestra dell’ospedale di Cittiglio, mentre parcheggiava accanto alla Panda della vittima. Affermazione insostenibile per la difesa.

Trentaquattro anni di inutile rincorsa alla verità. Indagini senza esito. Reperti distrutti o spariti. Un arresto, una condanna e il suo ribaltamento. Polemiche fra toghe. Nel gennaio del 2016 un sussulto improvviso con l’arresto di Stefano Binda, quasi cinquantenne, che vive con la madre, la sorella, il nipote. Ragazzo d’intelligenza sfavillante, laurea in filosofia, un passato segnato dalla droga, Binda è stato per due anni compagno al Classico di Lidia e come lei militante di CL. Il 24 aprile 2018 l’Assise di Varese lo condanna all’ergastolo. Nel luglio dell’anno dopo l’Appello lo assolve per non avere commesso il fatto. Dopo tre anni e mezzo torna libero.