Pavia, 25 luglio 2018 - Lui lo definisce «una bottiglia nell’oceano, che forse un giorno qualcuno troverà». Lui è Goran Bregovic e il messaggio affidato alle onde quel «Three Letters from Sarajevo» che il musicista balcanico presenta stasera al Castello Visconteo di Pavia.

«Così come la musica ha la forza di armonizzare sulla partitura le note alte con quelle basse e i tempi larghi con quelli stretti, così l’umanità deve imparare a convivere – spiega Bregovic –. Si tratta di un concerto per orchestra sinfonica e tre generi di violino, classico cristiano, klezmer ebreo ed orientale musulmano nella forma delle tre lettere. L’ho scritto su commissione ricevuta dalla Basilica di Saint Denis, a Parigi. Durante il lavoro sul concerto mi sono venute diverse canzoni perfette per alcuni tra gli artisti cristiani, ebrei e musulmani che amo di più, così ho chiamato la spagnola Bebe, l’israeliano Asaf Avidan, l’algerino Rachid Taha, e nel disco ho aggiunto tre frammenti del concerto. Il progetto è diviso in due volumi perché, a lavoro finito, mi è sembrato anomalo affiancare le canzoni e il concerto sinfonico per violino e orchestra. Così prima ho dato alle stampe le canzoni cui seguirà a fine anno la versione integrale del concerto». Una commistione tra sacro e profano, tra incenso e fuoco, decisamente congeniale al musicista serbo-croato, nato come rockstar nelle fila dei Bijelo Dugme, abilissimo nel mescolare suoni, ritmi e linguaggi con quell’impronta balcanica che rappresenta la cifra distintiva delle sue scorribande artistiche. 

D’altronde l’idea dell’orchestra «non perfettamente accordata» deriva proprio dai retaggi punk di un’educazione musicale molto fuori dagli schemi, esaltata in tutta la sua eversiva genialità dalla collaborazione con Kusturica in “Arizona Dream” o “Underground”. «Uno dei pregi che hanno i film di Kusturica è quello di mostrare la vita per quello che è, con le sue falle e le sue imperfezioni; lo stesso spirito che cerco d’infondere alle mie canzoni» spiega Bregovic. «Oggi Emir è parte di una macchina industriale molto più grande di lui e la nostra collaborazione ha finito per smarrire le sue motivazioni originarie. Ma quello che siamo riusciti a produrre assieme rimane davvero ottimo». La musica per lui rimane una metafora. «In fondo vengo da Sarajevo, il peggior posto al mondo in cui trovarsi nella prima metà degli anni Novanta». «E pensare che prima, per la sua fortissima spiritualità, la c’era chi la chiamava la Gerusalemme Europea. La guerra in Bosnia è arrivata all’indomani delle prime elezioni libere. E dopo questa esperienza ho capito perché la democrazia non è una buona forma di convivenza per tutti. Pure Aristotele, nella sua tripartizione del potere, pensava che per certi popoli in via di evoluzione un dispotismo illuminato è preferibile alla democrazia. In paesi con un alto tasso di analfabetismo, di sottocultura, di povertà, infatti, la democrazia può diventare molto pericolosa. Nella ex Jugoslavia, poi, abbiamo una lunga storia di politici irresponsabili che hanno soffiato sul fuoco con conseguenze terribili. La speranza è che sulle macerie stiano crescendo classi dirigenti più assennate. Nei Balcani, infatti, esiste un conflitto latente che riaffiora in maniera ciclica».