Vitaliy Markiv
Vitaliy Markiv

Pavia, 11 ottobre 2019 - «Abbiamo fottuto un reporter», diceva il soldato in un’intercettazione. La consapevolezza, la presenza, la responsabilità: sono questi gli elementi che emergono dalle motivazioni dei giudici della Corte d’Assise di Pavia, depositate ieri, alla sentenza di condanna a 24 anni di reclusione nei confronti di Vitaliy Markiv, ventinovenne sergente ucraino della Guardia Nazionale accusato di aver contribuito all’uccisione del reporter pavese Andrea Rocchelli. La sentenza, emessa a luglio, oltre a comminare la pena detentiva ha previsto il risarcimento in solido con lo Stato ucraino, responsabile civile, dei danni verso le parti civili, 5.000 euro per Fnsi (Federazione nazionale della Stampa italiana) e Associazione lombarda giornalisti, 10.000 euro per il collettivo Cesuralab, liquidazione in separato giudizio per i genitori, la sorella e la compagna – nonché madre del bimbo avuto col fotografo - di Rocchelli.

La Corte aveva disposto anche la trasmissione degli atti alla Procura di Roma nei confronti di B.M., alto ufficiale della Guardia Nazionale ucraina che aveva ruoli di comando quando fu ucciso Rocchelli, per valutare eventuali responsabilità. Il reporter ha perso la vita sotto una raffica di colpi di mortaio a Sloviansk il 24 maggio 2014, mentre si trovava sul posto per un servizio sulle condizioni dei civili nella guerra tra nazionalisti ucraini e i separatisti filorussi. Con lui è morto il giornalista russo Andrei Mironov, mentre è rimasto gravemente ferito, ma si è salvato, il reporter francese William Roguelon. Il capo d’imputazione di Markiv spiegava come aveva fornito «un contributo materiale determinante il cagionamento della morte del cittadino italiano Andrea Rocchelli, intento ad effettuare un servizio fotografico unitamente ad altri due colleghi».

Questo contributo è stato riconosciuto dai giudici, che nelle loro motivazioni scrivono: «Il compito al medesimo assegnato era proprio quello del capo postazione in funzione di avvistamento. Segnalare i movimenti sospetti di eventuali soggetti in avvicinamento alla collina mediante la ricetrasmittente che aveva in dotazione». Una volta riferiti i movimenti al proprio comandante e avuto l’ordine da parte del Comandante della Guardia nazionale e dall’esercito, Markiv era l’unico «in grado di monitorare gli spostamenti e fornire le coordinate agli addetti ai mortai per consentire loro l’aggiustamento del tiro». 

Quello ai giornalisti, precisano i giudici, sebbene in un contesto bellico fu un «attacco contro civili inermi». Per l’accusa, Markiv comunicò le coordinate «dirigendo via via i colpi verso il bersaglio». Questo perché «era usuale guardare con sospetto anche ai civili, visti come possibili nemici che potevano fornire coordinate e informazioni utili ai separatisti». La sua presenza sulla collina quel giorno, scrivono i giudici, è testimoniata dagli altri giornalisti italiani con cui aveva avuto contatti telefonici, così come è stato evidenziata «l’indiscutibile attribuzione dell’attacco agli ucraini», in un’azione concertata tra esercito e Guardia Nazionale. Le intercettazioni telefoniche per i giudici hanno dato ulteriore riscontro della sua consapevolezza: «Una persona arriva nella Savana e la guida gli dice: non andare lì c’è il leone, rischi che ti mangi. La persona decide da sola sì ci vado, no non ci vado. Se lei è andata e un leone l’ha mangiata che fate, portate il leone in tribunale?», commentava in carcere il sergente. Markiv è assistito dal legale Raffaele Della Valle, che già aveva espresso l’intenzione di ricorrere in Appello.