Giulia Kruja, sorella minore di Dea
Giulia Kruja, sorella minore di Dea

Chignolo Po (Pavia), 18 ottobre 2018 - "I litigi tra Vignati e Dea erano frequenti. Lui era geloso". Giulia, sorella minore di Lavdije Kruja (conosciuta come Dea), la badante albanese di Miradolo di 41 anni uccisa il 30 maggio 2016 con un colpo di pistola alla nuca e gettata nel Po, ricorda ancora tutto nel dettaglio. Ai giudici della Corte d’Assise di Milano ieri ha raccontato dei rapporti molto spesso tesi tra la sorella e l’ex fidanzato Franco Vignati, 64 anni, ex assessore leghista di Chignolo Po, unico imputato. "Abitavano insieme, ma mia sorella pochi giorni prima della tragedia l’aveva cacciato di casa. Vignati non aiutava Dea in casa. Lei nell’ultimo periodo gli diceva: “Lasciami tranquilla, vai via da casa mia”. Nel 2015, quando Vignati era ancora sposato, i due volevano sposarsi. Diceva che l’amava e Dea era felice. Ma poche settimane prima di morire era preoccupata".

Vignati con i carabinieri di Chignolo Po e Stradella è sempre stato collaborativo, fornendo dettagli per ricostruire le ultime ore di Dea. Dal carcere di Lodi dove è rinchiuso da febbraio continua a dichiararsi innocente. Ieri ha voluto assistere in aula al processo che lo vede imputato per omicidio volontario e premeditato con l’aggravante dei futili motivi e occultamento di cadavere. "Vignati è sempre stato tranquillo nelle ore dopo la scomparsa di Dea – ha detto la sorella della vittima –. Ricordo che la sera del 30 maggio 2016 non era agitato. Era con me e il figlio di Dea nell’abitazione di mia sorella. Solo dall’8 giugno 2016, dopo la scoperta del corpo, era nervoso, non dormiva più".

Un altro aspetto poco chiaro è il mistero della scomparsa delle scarpe che Vignati avrebbe utilizzato il giorno dell’incontro con Dea. Un paio di scarpe da ginnastica che l’uomo avrebbe indossato e che dice aver buttato perché rotte. Giulia invece in aula ieri ha assicurato di averle viste in un sacchetto nel baule dell’auto dell’uomo "il giorno dopo la scomparsa di mia sorella". Per il pm Emma Vittorio, che da Lodi ha deciso di rappresentare in aula a Milano l’accusa, non ci sono dubbi che sia stato Vignati a premere il grilletto. Per la difesa si tratta di un quadro probatorio tutto da dimostrare, a partire dall’arma del delitto. La pistola calibro 7,65 utilizzata per uccidere Dea, secondo l’accusa, è proprio quella detenuta legalmente da Vignati a casa dell’ex moglie, ma per la difesa non ci sono sufficienti tracce di polvere da sparo nella canna in grado di dimostrare che si tratti della stessa arma. Proprio la ex moglie il 2 giugno 2016 si era presentata dai carabinieri di Chignolo Po per denunciare che Vignati aveva preso la pistola dalla sua casa. Un particolare che ha indotto gli inquirenti a contestargli anche la premeditazione dell’omicidio.

"Qualche giorno prima della tragedia, forse il 25 maggio, il mio ex marito è venuto a casa per prendere la pistola – ha detto in aula la donna –. Quell’arma l’avevo nascosta in una giacca. Dopo il 2 giugno il mio ex marito mi aveva chiamato chiedendomi delle armi e io gli avevo risposto che i carabinieri avevano preso tutto". Tanti i punti da chiarire. Per l’accusa l’omicidio è avvenuto a Orio Litta, ma per l’avvocato di Vignati Francesca Cappelli non è un fatto dimostrabile. Il corpo della badante, infatti, era riaffiorato dal Po solo l’8 giugno 2016, nove giorni dopo la scomparsa, in località Monticelli d’Ongina (Piacenza). Dettagliata la ricostruzione dell’accusa: Vignati avrebbe convinto Dea a incontrarlo con la scusa di proporle un nuovo lavoro. Il processo riprenderà il 31 ottobre.