Coronavirus
Coronavirus

Pavia, 6 aprile 2020 - È in fase di conclusione lo studio che sta compiendo l’Università di Pavia sui test sierologici. Dopo le pressioni arrivate da cittadini, Comuni, case di riposo e medici, la Regione spinge per ottenere risultati sulla ricerca che sta cercando fra una ventina di diversi kit quello che possa trovare nel sangue dei pazienti gli anticorpi che possano dimostrare come abbiano avuto il coronavirus e ne siano guariti. Sono ormai molte aziende che producono i test e li mettono in commercio, ma manca la validazione scientifica su larga scala della loro efficacia.

Molti di questi test sono già passati al vaglio della direzione sanitaria del San Matteo. I medici li hanno provati su un un campione statisticamente rilevante di ex positivi, già passati come pazienti dall’ospedale. Su una trentina di persone che sicuramente avevano contratto il virus e superato la malattia e che quindi avrebbero dovuto sviluppare gli anticorpi, almeno uno di questi test rapidi ha dato un risultato pericoloso: l’82% di falsi negativi. Questo avrbbe potenzialmente considerato mai contagiate otto persone su dieci, che però erano sicuramente state affette dal Covid. Rischio altissimo, che solo l’esame dell’ateneo pavese e del policlinico ha consentito di sventare. Ma l’opera è a buon punto. La Regione ritiene che nell’arco dei prossimi sette giorni si potrebbe già avere la risposta decisiva per identificare il test utile a capire chi possa aver preso la malattia, esserne guarito ed essere così - probabilmente - immune.

Nel frattempo, però, prosegue una seconda battaglia, quella dell’identificazione di un test rapido per diagnosticare il Covid, che possa essere privo dei tempi d’attesa del tampone. Servirebbe a identificare rapidamente non i guariti e immuni, ma quelli che nel momento dell’esame sono affetti da coronavirus. L’Istituto biomedico italiano, nella sede di via Dossi a Pavia, già effettua questi esami. Basta una goccia di sangue e in 10 minuti si ha l’esito. Non è un esame che garantisca la diagnosi, ma è utile per avere uno screening generale della popolazione. Il centro in questi giorni è stato travolto dalle richieste per effettuare l’esame (autorizzato dal ministero della salute) al costo di 37 euro, ma la Regione chiede di aspettare e di affidarsi per adesso ai più sicuri tamponi. Sono 31 i laboratori in cui vengono processati i campioni prelevati che da più parti si vorrebbero effettuare a tappeto. E al San Matteo, in prima linea fin dal 22 febbraio il numero che colpisce di più quando si tirano le somme dell’emergenza è quello delle persone che hanno lasciato i reparti: 440, di queste 240 perché guarite, ma 200 perché decedute. "Il 90% dei morti aveva più di 65 anni – dice il direttore generale Carlo Nicora – di questi il 62% era over 75 e il 28% aveva tra i 65 e i 74 anni".