Codogno (Lodi) -  In questi giorni, un anno fa, il Coronavirus si era già incuneato nel nostro territorio del Basso Lodigiano. E noi non lo sapevamo. Seguivamo alla televisione e sui giornali il decorso della malattia dei due coniugi cinesi ricoverati a Roma e vedevamo le immagini della città di Wuhan deserta, in coprifuoco. Negli ambulatori medici si erano presentate - lo scopriremo poi - fin da gennaio e in qualche caso anche da dicembre persone con polmoniti anomale. Diversi casi. Ma - rispettando pienamente il protocollo indicato dalle autorità sanitarie nazionali - i medici chiedevano loro se avevano in qualche modo avuto contatti con la Cina o con persone arrivate dalla Cina e, di fronte alla risposta negativa, escludevano si trattasse del famigerato Covid-19. Questo fino a quando al Pronto soccorso di Codogno arrivò un 38enne, sportivo, reduce da partite di calcio e una maratona. Stava male. Molto male. Aveva febbre alta e non gli passava nonostante le cure tradizionali. In più il quadro respiratorio peggiorava. Allora una dottoressa (Laura Ricevuti) e una anestesista (Annalisa Malara) decisero di andare più di fondo e forzando il protocollo fecero al paziente il tampone.

LA SCOPERTA

L'esito, arrivato dal Sacco di Milano, il 20 febbraio di un anno fa poco dopo le 20 fu sconvolgente: coronavirus. Ecco che il virus ha colpito un italiano. E proprio nell'area in cui viviamo noi. Chissà come mai, poi. Questa è una grande domanda a cui ancora oggi non c'è risposta. C'è chi ha ipotizzato che sia stato favorito dalla "cappa" di smog della Pianura Padana e chi dal fatto che questa sia un'area di importanti scambi "logistici", anche internazionali. Chissà. E chissà se mai un giorno si saprà. Ricordo benissimo le ore successive alla scoperta del "paziente 1". Lo smarrimento negli occhi di tutti, dalla mattina del 21 febbraio. Le vite sconvolte con l'invito di non uscire di casa. I bar, i negozi, i supermercati, le palestre, le chiese e il cimitero immediatamente chiusi. Persino il nostro ospedale. "Dobbiamo contenere il virus. Indossate guanti e mascherine" ripetevano gli esperti. Nelle farmacie mascherine e guanti erano però introvabili. Se uscivi - e a volte lo dovevi fare per forza - lo facevi affrontando il rischio al 100%.

E il virus si era già sparso a macchia d'olio. Lo testimoniavano le ambulanze che sfrecciavano a sirene spiegate nelle strade deserte e che ci fecero "triste compagnia" per diverse settimane. Lo confermavano le notizie che arrivavano quotidianamente di persone, parenti, amici o anche solo conoscenti, che morivano in ospedali lontani. Pavia, Cremona, Voghera per citarne alcuni. Castiglione d'Adda e Codogno sono stati i due centri della "primissima zona rossa" che alla fine hanno pagato il prezzo più alto per numero di vittime. Sembra incredibile ma è avvenuto tutto veramente.

UN ANNO DOPO

Adesso, a un anno di distanza, il virus è sempre lo stesso, anzi ha anche iniziato a "lavorare" con facce diverse, l'inglese, la sudafricana, la brasiliana. La situazione è migliorata perché essenzialmente abbiamo preso consapevolezza di alcuni comportamenti che sarebbe meglio tenere. Le mascherine, il distanziamento sociale, la limitazione degli spostamenti sono state e restano armi fondamentali. Inoltre le cure in ospedale si sono affinate. E poi c'è il vaccino, la grande speranza. L'atmosfera che si respira qui a Codogno, adesso, un anno dopo è ancora di grande attenzione. Sappiamo che il "nemico" è ancora in agguato. Siamo più poveri, perché questa "guerra" ha portato via tante vite, tanti affetti. Chi è sopravvissuto si sente come un pugile "suonato" dall'"uomo invisibile" subito dopo il primo gong e che però è rimasto in piedi sul ring. E adesso ha davanti a sé ancora 11 round da combattere. Nel frattempo ha assunto qualche vitamina però deve aspettare che facciano il completo effetto. 

UN ANNO DI COVID: IL NOSTRO SPECIALE