Maria Paola Canegrati
Maria Paola Canegrati

Desio (Monza), 7 novembre 2017 - Una cattedrale nel deserto è l’ultimo «regalo» del crac dell’impero di Lady Dentiera, costruito sul malaffare. Non solo 600 posti di lavoro a rischio e pazienti che non sanno se saranno mai curati, ma anche un faraonico edificio finito e del tutto inutile. A Vimercate, Maria Paola Canegrati, l’ex signora dell’odontoiatria lombarda sotto processo per mazzette, voleva occuparsi anche di fisioterapia.

L'operazione in Brianza è partita nel 2010, con un accordo da 4 milioni di euro  secondo le modalità del project financing. Metà a carico del colosso delle protesi, metà in conto all’Asst. Soldi serviti a tirare su i muri e concludere i lavori, ma non per far partire visite e servizi agli ammalati. Nell’edificio color mattone che svetta davanti al parcheggio del nuovo ospedale non ha mai messo piede nessuno. Deserti i box per i massaggi, senz’acqua la piscina. Manca anche il collaudo. Il progetto del gruppo dentistico, ora dichiarato fallito, di guadagnarci 17 milioni di euro in nove anni è andato in fumo. Restano quella scatola vuota e la necessità di trovarle un impiego utile e che non faccia buttare altri soldi. Una patata bollente nelle mani dell’ospedale e della Regione.

«Entro la prossima settimana, arriverà sulla mia scrivania una relazione dettagliata - dice Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare -. Servirà a decidere cosa fare. I tempi della scelta, però, sono incerti. Da un anno rincorriamo le imprese che si sono avvicendate in cantiere, vittime di una serie di fallimenti, per raccogliere le carte necessarie al collaudo. Un’operazione tutt’altro che semplice<WC>»<WC1>. A renderla un rebus, anche la sostenibilità economica di un nuovo servizio di fisioterapia, che viene comunque già erogato all’interno dell’azienda. «Speravamo di farlo meglio», aggiunge l’assessore.

E per evitare nuovi «casi Canegrati», Gallera annuncia una gara d’appalto per cercare un partner privato all’altezza. «Agiremo all’insegna della trasparenza, anche per recuperare la credibilità intaccata dall’inchiesta>», conclude. Una strada difficile, anche perché il progetto originario firmato dal gruppo della Zarina era basato su un equilibrio economico che - secondo i magistrati - era falsato da omessi controlli e costi gonfiati a carico del pubblico. A far sospettare Giovanna Ceribelli, il revisore dei conti che con il suo esposto fece scattare le indagini, anche il fatto che la Salus, società vincitrice della commessa, non fosse ancora nata nelle fasi preliminari dell’appalto.