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22 feb 2022

"Covid, due anni di inferno. Ecco come se ne esce"

Monza, il direttore del reparto Malattie infettive ricostruisce quanto accaduto all’ospedale San Gerardo: i dubbi, i timori, le strategie

marco galvani
Cronaca
Medici e infermieri del San Gerardo al lavoro
Medici e infermieri del San Gerardo al lavoro

Monza - Oggi, esattamente due anni fa. Era domenica. Il cellulare che squilla alle 7.30. L’allora direttore dell’ospedale di Monza, Mario Alparone, avvisava tutti, il sindaco, il prefetto, il direttore dell’Ats Silvano Casazza (da settembre alla guida del San Gerardo): "In ospedale è arrivato dalla zona rossa di Crema il primo paziente Covid". Da lì, l’inferno: in due anni oltre 6mila pazienti e centinaia di morti. "Appena sono arrivato al San Gerardo i malati Covid in Malattie infettive, il mio reparto, erano una quindicina su 32 posti letto. Nel giro di un mese sono arrivati a 500". La prima ondata è stata "inimmaginabile". Paolo Bonfanti, direttore degli Infettivi all’ospedale di Monza, ricorda quei "giorni drammatici". Nessuno si aspettava un simile tsunami, "anche le notizie che arrivavano dalla Cina erano preoccupanti, ma parlavano di una malattia che sembrava avere una gravità diversa da quella che poi, invece, ci siamo trovati a combattere". Continuavano ad arrivare pazienti molto gravi, "la nostra rianimazione non era attrezzata. In una sola notte abbiamo allestito una nuova terapia intensiva in una sala operatoria: da 20 posti ne abbiamo creati 100".

Nessuno si è risparmiato: "Tutti i medici e gli infermieri si sono messi a disposizione, abbiamo dovuto imparare a fare cose nuove e vedevi morire tante persone. Troppe. E tutti erano soli, così ci siamo presi il compito anche di stargli vicino". Nonostante tutto. Perché "avevamo paura. Anche noi. Tanti colleghi si sono ammalati". E poi quel senso di impotenza… Che, però, "ci ha spinto ad andare alle radici, alle ragioni che ti portano a fare il medico: per alcuni malati non c’era più nulla da fare, ma non avevano nessuno accanto, eravamo noi a entrare in stanza, tenergli la mano, parlargli. Il nostro mestiere non è soltanto un atto tecnico su un paziente, è anche prendersi cura delle persone". I primi due mesi della pandemia sono stati quelli più duri e bui. Anche l’organizzazione ha avuto bisogno di tempo per andare a regime e adeguarsi a tutto quello che, giorno dopo giorno, si scopriva. "Ci ha salvato l’istinto di sopravvivenza e la capacità di fare squadra. Se ognuno di noi avesse fatto solo il suo pezzetto non ne saremmo venuti fuori". Anche perché "dall’inizio andavamo a tentoni. Utilizzavamo farmaci che oggi non usiamo più, poi abbiamo iniziato a fare degli studi insieme con i colleghi degli altri Paesi. Ma in quel periodo, purtroppo, è stata fatta anche cattiva scienza: la fretta, forse, ha fatto sì che si consolidassero dei trattamenti che poi è stato difficile convincere che in realtà non funzionavano".

Fino alla risposta enorme del mondo scientifico. Sia sui farmaci sia sui vaccini. E la lezione imparata : "Bisogna essere prudenti nel valutare la pandemia, è stato un fenomeno che ha alzato sempre l’asticella, ripresentandoci ogni volta problemi nuovi. Anche quest’ultima ondata un po’ ci ha sorpreso". Ora fortunatamente i dati dei ricoveri sono in calo, ma "non diciamo che ormai il Covid si è ridotto a una influenza stagionale. È sbagliato, sarebbe una banalizzazione pericolosa. Nei non vaccinati anche Omicron ha causato polmoniti severe. Nel momento in cui saremo tutti vaccinati, per le persone più giovani e senza fattori di rischio potrebbe assomigliare a una influenza, tuttavia ci sarà sempre un gruppo di persone più fragili, ad esempio gli immunodepressi, per cui il vaccino funziona poco. È una minoranza, ma va protetta". Grazie, anche, alla vaccinazione degli altri: "A dicembre avevamo decine di migliaia di nuovi casi, più dell’inverno precedente, ma allora eravamo in lockdown. Invece tre mesi fa abbiamo potuto continuare a lavorare, andare allo stadio, andare a scuola. Siamo lentamente tornati a una nuova normalità". E grazie anche agli studi fatti: "In questi giorni arriverà un nuovo anticorpo monoclonale che viene dato preventivamente e che garantisce una protezione per 6 mesi. Un trattamento rivolto ai fragili. Non sostituisce il vaccino, ma fornisce una scorta di anticorpi in più". Oltretutto "oggi sappiamo che ci sono alcuni determinanti genetici che influenzano la risposta immunitaria e che predispongono ad avere la malattia grave. Ora la sfida è mettere a punto dei test che possano predire chi è più suscettibile". Comunque "ancora non sappiamo quando potremo toglierci definitivamente le mascherine. Non dimentichiamoci che queste varianti sono partite in Paesi dove la vaccinazione non era diffusa. Viviamo in un mondo globale, saremo al sicuro quando tutti saranno al sicuro".

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