All’ospedale si fa spazio a nuovi letti Covid
All’ospedale si fa spazio a nuovi letti Covid

Monza -  Il Covid galoppa: sono 208 i pazienti ricoverati al San Gerardo, di cui 27 in terapia intensiva. Siamo ormai in piena terza ondata: all’Ospedale di Monza il piano prevede 6 livelli di intensità successiva e ad ora siamo al 5. Al Pronto Soccorso siamo a circa 30 ingressi giornalieri, di cui 15-20 vengono ricoverati e non accenna a diminuire il flusso dei pazienti del percorso non Covid. Anche i pazienti che transitano dagli hotspot territoriali all’Ospedale Vecchio stanno rapidamente incrementando.

Come lo scorso anno è scattato il piano di ampliamento che consente di incrementare i posti letto Covid, contraendo gli altri. I piani prevedono che gli ospedali hub come quello di Monza si concentrino sui pazienti ad alta complessità, rispetto a quelli ordinari, rinviati negli altri ospedali, secondo le indicazioni regionali. "Stiamo già attuando il piano per fare fronte alla terza ondata - fanno sapere dai vertici di via Donizetti - In questo momento trasferiamo in maniera attiva e proficua sui due privati accreditati Zucchi e Policlinico di Monza che sono sempre stati collegati con una efficiente rete al nostro hub e che ringraziamo". Scende l’età media dei ricoverati: nella fase 1 (da marzo a giugno 2020) era di 67 anni e in particolre necessitavano di terapia intensiva i pazienti attorno ai 65 anni. Nella seconda fase (da luglio 2020 fino all’ inizio di febbraio 2021) l’età media dei ricoverati è 63 anni, che spesso necessitano di assistenza in terapia intensiva. Dall’inizio di febbraio ad oggi l’età media dei ricoverati è di 64,6 anni e si utilizza la terapia intensiva per i pazienti già dai 61 anni, ma i dati di Asst Monza sono in continua evoluzione.

Il nosocomio monzese si occupa da tempo di insufficienza respiratoria, uno dei sintomi più gravi del Covid19. Il team di clinici-ricercatori dell’Ospedale San Gerardo, coordinati dai professor Giuseppe Foti e Giacomo Bellani, ha sperimentato con successo l’impiego del casco CPap, in grado di mantenere un ambiente ad elevata tensione di ossigeno, a cui si associa la posizione a pancia in giù, per almeno tre ore al giorno. Tale metodica, mai sperimentata nei pazienti con insufficienza respiratoria da infezione da Covid-19, ha prodotto un rapido miglioramento dell’ossigenazione in posizione prona che si è mantenuta tale nella metà dei pazienti dopo riposizionamento. In due terzi dei casi l’applicazione del casco CPap in degenza ordinaria ha permesso di evitare il ricorso alla terapia intensiva.