Incognito sul palco del Blue Note, “Bluey” Maunick: “Amo le cover che mi fanno riflettere sulle mie origini”

Milano, il jazz venato da soul-funk del chitarrista e deus ex machina del progetto:"Pensavamo solo a far ballare la gente... Se alla musica togli le sovrastrutture, rimangono il groove e la voglia di dimenarsi"

Incognito sarà al Blue Note
Incognito sarà al Blue Note

Cinque notti e dieci concerti. È una vera e propria “residency” quella che gli Incognito varano oggi sul palco di quel Blue Note, dove si fermano fino a sabato con una serie di sold-out lunga così che vede biglietti disponibili solo per le repliche in seconda serata di oggi, domani e giovedì. La conferma che la formula scelta quarantacinque anni fa dal chitarrista e deus ex machina del progetto Jean-Paul “Bluey” Maunick sa ancora fare breccia negli amanti di quel jazz dalle venature soul-funk predicato ai quattro angoli del pianeta da una ventina album ammantati di gloria pubblicati finora. "Quando facevo parte dei Light of the World, dei Freeez e poi degli Incognito, tutto nasceva dall’eccitazione di fare qualcosa che non avevamo mai fatto prima", racconta Maunick, voltandosi indietro.

«Davanti a noi c’erano nuove strade, lastricate di nuove visioni e nuovi obiettivi. Un po’ come il primo bacio da adolescenti… Mentre registravamo i primi album, non sapevamo niente di programmazione radiofonica, marketing e tutto il resto. Pensavamo solo a far ballare la gente. D’altronde, se alla musica togli tutte le sovrastrutture, rimangono solo il groove e la voglia di dimenarsi". D’altronde era quella l’intenzione con cui s’era trasferito in Inghilterra dalle Mauritius. "Quando sono sbarcato in Gran Bretagna avevo 9 o 10 anni" ricorda. "Sono salito sulla Volkswagen Beatle di mio zio e nella tratta tra Heathrow ed Edmonton il panorama fuori dal finestrino era grigio, invernale, piuttosto infelice. Diversissimo da quello delle mie isole. Stavo cercando, però, Mick Jagger o Paul McCartney e quello era il luogo giusto per trovarli. L’unico posto in cui volevo essere. Molti volavano nel Regno Unito per trovare un’istruzione migliore e imparare di più, ma a me interessava fare musica e salire sui palchi a suonare. Sapevo dove stavo andando".

“Into you”, ultima fatica discografica, è uscita lo scorso ottobre. "Anche quando suono musica non mia, punto su cover che mi hanno formato, plasmato, come musicista e come persona; cose come ‘Always there’ di Roy Ayers o altre di Stevie Wonder, Lonnie Liston Smith, Ronnie Laws, la lista è lunghissima" prosegue Bluey, 66 anni, andando alle radici del suo “contemporary rhythm’n’blues”. "Non punto sulle hit, ma su brani capaci di riflettere le mie origini e il linguaggio musicale che sento più vicino. Per questo non ho mai smaniato per conoscere gli autori (anche se, ovviamente, nel corso di una carriera così lunga m’è capitato) perché volevo che continuassero a parlarmi attraverso la loro musica".

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