La general manager di Uber Italia Benedetta Arese Lucini
La general manager di Uber Italia Benedetta Arese Lucini

Milano, 23 febbraio 2015 - Gira sotto scorta da tempo. Nove mesi fa, un gruppo di tassisti mise a ferro e fuoco la sede di un convegno (poi saltato) perché lei era tra i relatori. E la mattina dell’11 febbraio si è svegliata con uno striscione sessista sotto casa, in pieno centro a Milano. Eppure stiamo parlando solo di una giovane manager. Benedetta Arese Lucini guida la filiale italiana di Uber, la start up californiana da 12 miliardi di dollari che ha lanciato in 54 Paesi una app che consente ai clienti di prenotare con un semplice clic sullo smartphone corse su berline a noleggio (versione Black) o su auto private (versione Pop). Accusata dai padroncini di offrire un servizio fuorilegge, ha sperato nei giorni scorsi che il Governo liberalizzasse il mercato come promesso. Non è successo: le modifiche ipotizzate alla vigilia sono sparite dal disegno di legge sulla concorrenza. «Da cittadina – è il suo primo commento – credo sia sfumata un’occasione per aumentare la qualità all’interno di un quadro di norme chiare e condivise». E invece tutto è rimasto come prima, «con una legge poco chiara perché scritta per un mondo che non esiste più». 
 

Si è detto che il Governo ha ceduto alla lobby dei tassisti.
«Non voglio vederla come una contrattazione tra Governo e lobby. Poteva essere l’occasione per porre rimedio a una norma che oggi, alla luce delle innovazioni introdotte, appare irrazionale e che contribuisce a bloccare un intero settore già in grande difficoltà».
 

Quanto hanno pesato secondo lei la manifestazione di Torino e le minacce dei tassisti di boicottare Expo?
«Sicuramente il clima è stato inasprito dalle proteste, ma non so giudicare quanto questo abbia influito. Certo, non ha contribuito a creare un dialogo sereno».
 

Lei stessa è stata più volte oggetto di attacchi personali: avete mai pensato di lasciare l’Italia?
«Uber ha puntato sull’Italia fin dall’inizio. Nel 2013 Milano è stata la nostra ventesima città nel mondo: oggi siamo in oltre 290 città del mondo. Più che alle proteste, guardiamo ai nostri utenti che sono in continua crescita».
 

Nonostante gli scontri, lei si è sempre detta pronta al dialogo coi tassisti: conferma?
«Oggi più che mai siamo disponibili al dialogo. Non smettiamo di credere che regole chiare e apertura del settore possano contribuire non solo a offrire un servizio migliore ai consumatori, ma a spostare la mobilità verso una forma sempre più integrata che rappresenta un’opportunità per tutti gli operatori del settore, compresi i tassisti. In molte città nel mondo la nostra piattaforma è aperta e lavora in collaborazione con i taxi».
 

In che modo, secondo lei, si può aprire il mercato?
«È fondamentale rivedere le leggi che regolano il settore per rendere più chiare le regole che definiscono gli operatori che ne fanno parte. Queste non possono solo favorire una categoria. Devono invece facilitare l’entrata nel mercato di altre soluzioni, vera garanzia per il consumatore, permettendo, ad esempio, lo sviluppo di un settore interamente low cost. Prendiamo Londra: lì c’è un mercato estremamente liberalizzato dove i cittadini hanno la possibilità di scegliere con facilità tra un minicab o un taxi tradizionale, in piena trasparenza».
 

I tassisti vi accusano di offrire un servizio illegale con la versione Pop. Tesi condivisa pure dal ministro ai Trasporti, Maurizio Lupi.
«Ci sono resistenze comprensibili. L’innovazione muta profondamente il panorama e spesso la resistenza al cambiamento sembra l’unica soluzione. Ma l’Italia è pronta all’innovazione. Uber oggi ha centinaia di migliaia di utenti che scelgono l’app per muoversi. E anche dal punto di vista più strettamente legale vorrei far riferimento alla recente decisione del giudice di pace di Genova, nella quale si riconosce che Uber non è un servizio di taxi abusivo e che sono necessarie nuove regole. È un segnale importante in questa direzione».