Gli interni della Starbucks Reserve Roastery in piazza Cordusio
Gli interni della Starbucks Reserve Roastery in piazza Cordusio

Milano, 6 settemre 2018 -  Non è come lo si poteva immaginare. Niente Frappuccino, niente Chocolate Chip Cookies. Il primo avamposto di Starbucks a Milano, l’unico in Italia, ha poco o nulla di già visto e, soprattutto, poco o nulla di già assaporato.

Miscele di caffè esclusive, quali quelle dell’azienda agricola etiope Bitta, con aromi di gelsomino, zenzero e arancia, o la brasilianissima Ouro de Minas, impreziosita da sfumature di nocciola, cioccolato e caramello o, ancora, la Pantheon Blend, con incurisioni di uvetta sultanina. Miscele e varianti originatesi a latitudini lontane, spesso in tempi remoti, ora raggiungibili al palato anche in tazza piccola, come da tradizione di casa nostra. Miscele e varianti prodotte in quantità relativamente modeste, mai esttamente riproducibili, mai identiche a se stesse. Anche per questo nello Starbucks milanese bisogna approcciarsi al caffè come al vino: di anno in anno. Solo Seattle, patria della catena americana, e Shanghai possono vantare uno Starbucks come quello ospitato all’ex palazzo delle Poste di piazza Cordusio: uno Starbucks Reserve Roastery.

6 - Il FrappuccinoAl centro dell’ampio open space del palazzo di piazza Cordusio, c’è la produzione, non la degustazione: diversi silos dove il caffè viene tostato, degassificato, torrefatto e quel che ne risulta scorre sopra la testa dei clienti lungo tubi direttamente collegati ai contenitori del bar principale del locale. «Il caffè che vola», dicono gli uomini di Starbucks. Non solo aromi a scandire il tempo trascorso nella torrefazione ma anche i rumori, due rumori in particolare: quello dei granelli di caffè che scorrono a fil del soffitto e quello di un grande tabellone in stile aeroporto che aggiorna in tempo reale i clienti su quel che avviene nel locale. Il caffè come culto declinato sotto più forme, persino sottoforma di cocktail. All’interno dello Starbucks milanese c’è l’“Arriviamo Bar”, un bar che propone 12 tipi di cocktail contenenti anche caffè e introvabili altrove. Eccezionali l’Emerald, con caffè etiope, e il Black&White, con caffè brasiliano.

Il legame con Milano, però, è sempre assicurato: il bancone del bar è in marmo di Candoglia, lo stesso usato per il Duomo. La torrefazione, l’Arriviamo Bar e, non ultimo, Princi, presente all’interno di Starbuck con le specialità tipiche di un brand nato da un piccolo forno a Villa San Giovanni, in Calabria. «Era il 1983 quando venni a Milano e rimasi affascinato dal profumo e dal senso di comunità che trovai nei bar della città – racconta Howard Schultz, chairman di Starbucks –. Fu allora che ebbi l’idea di portare questa cultura negli Stati Uniti. Ora l’apertura della Roastery a Milano, la città dove ho bevuto la mia prima tazzina di espresso, è un cerchio della storia di Starbucks che si chiude. Restituisco a Milano il dono che mi ha fatto. Entro l’anno apriremo anche uno store normale (il primo di 4 previsti in città ndr)». «Vogliamo far vivere ai nostri clienti un’esperienza. Entrare qui deve essere come entrare in un teatro» spiega Maurizio Cacopardo, vice-general manager dello Starbucks milanese mentre i chicchi di caffè rumoreggiano nei tubi che lambiscono il soffitto. Domani l’apertura al pubblico, dalle 9 alle 22.