Incendio ditta di rifiuti
Incendio ditta di rifiuti

Milano, 30 agosto 2019 - «Stamo diventando un grande cassonetto. Qui in Lombardia gli impianti di trattamento e gli inceneritori ci sono, ma ricevendo i rifiuti da altre regione non sono più in grado di smaltirli tutti. E se non finiscono all’estero, restano stoccati in capannoni ormai al collasso con il rischio concreto di roghi non sempre accidentali». Tiziano Brembilla, presidente di Assorecuperi (l’associazione di Confcommercio delle imprese nel settore del recupero dei rifiuti), non nasconde che «anche in una regione virtuosa come la Lombardia le difficoltà non mancano».

Il rogo nell’impianto del Lodigiano torna a mettere l’accento sul tema dello smaltimento. Qual è il nodo del problema?

«Oggi gli impianti sono ingolfati. Le autorizzazioni prevedono limiti di quantità e di qualità, sia nello smaltimento sia nello stoccaggio. La società continuerà a produrre rifiuti, ma se non si aumenta la capacità di gestione di quel pattume continueremo ad assistere a episodi come quello di Codogno».

Anche perché questa situazione ha fatto aumentare i costi...

«Se un anno fa in un inceneritore pagavi 90 euro a tonnellata, oggi si è arrivati a 140. E chi si rivolge all’estero deve sostenere costi enormi, 70 euro a tonnellata solo per il trasporto oltre ai costi dell’inceneritore. Una migrazione di rifiuti il cui conto si ribaltano sulle tasse».

In Lombardia ci sono 3mila imprese autorizzate nel trattamento di rifiuti tra cui 13 termovalorizzatori e 68 impianti di compostaggio. Di cosa hanno bisogno oggi?

«Di meno burocrazia e, soprattutto, che l’Italia si decida a recepire le direttive europee per poter riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi riducendo al massimo gli sprechi. Buona parte dei nostri rifiuti vanno a finire come combustibile alternativo nei cementifici di Austria, Germania, Ungheria. Anziché il carbone, usano i nostri rifiuti. E ci guadagnano due volte: noi li paghiamo per prendersi i nostri carichi e in più non devono andare ad acquistare il carbone. Hanno semplicemente usato l’intelligenza. A maggior ragione perché un cementificio brucia a 1.600 gradi, distruggendo pure la diossina, mentre un inceneritore “solo” a mille circa. Ecco perché il rifiuto dev’essere visto come una risorsa da sfruttare e non più come un problema da affrontare».

Ma gli imprenditori sarebbero in grado di affrontare il cambiamento?

«Sono pronti e disponibili a investire in nuove tecnologie che consentano di recuperare dai rifiuti le materie prime seconde. Per fare questo, però, abbiamo bisogno di certezze. Regole chiare senza dar luogo a interpretazioni personali che potrebbero avere come conseguenza guai giudiziari».

Oltretutto gli attuali impianti attivi cominciano a essere datati. Se si dovessero fermare?

«L’inceneritore Amsa ha vent’anni, quello di Brescia 25, avranno bisogno di restyling. Quando sarà, cosa faremo? Certo, la Lombardia è messa meglio del resto d’Italia ma siamo certamente in una situazione di pre-emergenza».