Via Clitumno 11
Via Clitumno 11

Milano, 13 ottobre 2019 - Se è vero, come è vero, che il quartiere incastonato tra viale Monza e via Padova è destinata a diventare la nuova Brooklyn, c’è uno spicchio di questa Milanokebab che va curata e deve guarire in fretta. L’energia c’è, la bellezza anche, bisogna crederci e non arrendersi. Via Arquà, via Fanfulla da Lodi, via Conegliano, via Chavez e via Clitumno, vie del mondo che, per anni, hanno raccolto tutti i mali del mondo. Ghetti di illegalità e degrado, buchi fatiscenti buoni per lo spaccio e la prostituzione. Monolocali occupati da cinque, sei persone in condizioni disumane. Luoghi o non luoghi in cui si sono consumati omicidi e stupri. La «colonna infame» di questo quartiere, dopo il palazzo sgomberato in via Cavezzali 11 è un altro civico 11: via Clitumno, 80 famiglie di quasi altrettanti paesi dal mondo che vivono senza regole.

La cronaca vuole che qui gli immigrati dormano, a pagamento in nero, anche nelle cantine, sui tetti che danno sull’interno, sui balconi e sui ballatoi. Questo palazzo dai fregi dei primi del Novecento, tre anni fa è stato dichiarato inagibile. Il Comune ha emesso un provvedimento di chiusura per rischio crollo. E da lì resiste. Resiste puntellato in ogni angolo, ci sono ponti di ferro, lamiere che reggono a malapena le scale, crepe ovunque, che con gli anni si allargano e ne alimentano di nuove. Ci sono tante paraboliche quante sono le croci di ferro che reggono questi muri scrostati e malati. Ci sono assi di legno marciti chissà quanto tempo fa e lasciati lì a chiudere crepe e porte da cui è vietato l’ingresso. Un cartello avverte del pericolo, prima di entrare, ma l’impressione è che questo pericolo sia lì vicino, che una volta letto il cartello sia quasi troppo tardi per andarsene. E poi ci sono i rifiuti, una montagna, lasciati nel centro del cortile, sotto la pioggia e sotto il sole. Chi si sporge dai ballatoi vede immondizia e fino a qualche tempo fa anche bici e scooter abbandonati o rubati che finivano ammassati lì, nell’ingresso del palazzone fatiscente a ricordare che degrado porta altro degrado, che il sottobosco porta allo scempio.

L'immobile è stato da poco affidato a un nuovo amministratore coraggioso, Marco Ceserani, che nel recupero possibile ci crede, non è un lavoro, è quasi una «missione» per chi abbia voglia di trasformare questa terra di nessuno in un luogo di appartenenza.  «Serve l’impegno di tutti, dei residenti, del comune e delle forze dell’ordine, per risolvere un groviglio così complicato. Qui lo spaccio, l’abusivismo e l’abbandono di rifiuti hanno reso, per troppi anni, impossibile ai condomini regolari di fare una vita dignitosa». Ma la priorità assoluta ora è la staticità di un edificio che appare fragilissimo. E poi ci sono i debiti, quasi tutti sanati, racconta il nuovo amministratore. Ma questo è solo il punto di partenza, il viaggio è ancora lungo, ci vuole fiato.