
I volontari con la presidente Caterina Ippolito alla festa dell’Associazione che si occupa di malati di Alzheimer
Un’associazione che aiuta i malati di Alzheimer e le loro famiglie, dove le parole d’ordine sono ascolto e condivisione. Un recente pranzo natalizio con iscritti e volontari ha riportato in primo piano l’attività di Amame, sodalizio che cerca di sostenere malati e caregivers con una serie di proposte all’interno della palazzina Trombini di Melegnano. Giochi, canti e balli diventano così momenti di socialità, ma anche uno strumento per cercare di favorire la conservazione delle energie mentali residue. "Le attività vengono strutturate in base alle capacità di ciascun ospite e puntano anche a dare sollievo ai caregivers, che possono ritagliarsi un paio d’ore di libertà, mentre i loro familiari stanno in compagnia", spiegano Loredana Urpi e Marina Ferri, due dei 26 volontari che si alternano nel servizio, sotto la regia della presidente Caterina Ippolito. "Utilizziamo un metodo assertivo - aggiunge un’altra volontaria, Adelia Barbisotti -, li assecondiamo. Per accoglierli così come sono". Attorno all’associazione, unica in tutto il circondario, gravitano oggi 60 persone tra malati e familiari. L’accesso avviene attraverso un colloquio preliminare, che consente anche di stilare una scheda con gli hobby e le caratteristiche di ciascun ospite. Un modo per mantenere al centro la persona, coi suoi bisogni e i suoi interessi. Ai caregivers che lo richiedano si offrono percorsi di supporto psicologico. "Cerchiamo di creare dei momenti di condivisione, affinché i familiari si sentano meno frustrati - dice Carmen Paranzino, psicologa -. All’occorrenza, diamo informazioni pratiche sugli enti e gli specialisti, ai quali è possibile rivolgersi".
"I familiari hanno bisogno di essere ascoltati, senza essere giudicati - fa eco Patrizia Pinoli, counselor -. È una sfida continua, e quello che si riceve è molto più di quello che si dà".
Emanuele Pretalli e Silvana Raimondi sono figlio e nuora di una 72enne con Alzheimer. "Quando abbiamo ricevuto la diagnosi, ci siamo sentiti soli e sfiduciati - raccontano -. Poi abbiamo saputo di Amame attraverso un servizio in televisione. Qui ci sentiamo come in famiglia".