Domenico Giordano, presidente del Tar della Lombardia
Domenico Giordano, presidente del Tar della Lombardia

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Didattica a distanza, tutto da rifare. O quasi. Ieri il presidente del Tar Domenico Giordano ha sospeso l’efficacia dell’ordinanza con cui lo scorso 8 gennaio il governatore Attilio Fontana ha disposto la Dad per tutti gli studenti delle superiori lombarde fino al 24 gennaio. Una sospensione parziale, stando a quanto si legge nel dispositivo: il provvedimento è stato ritenuto illegittimo per il periodo compreso tra l’11 e il 15 gennaio, perché, secondo il Tribunale, è ancora “coperto“ dal decreto legge numero 1 del 2021, che ha disposto le lezioni in presenza per il 50% degli alunni (diminuendo la precedente percentuale del 75%, fissata dal Dpcm del 3 dicembre e valida dal 7 al 10). Per semplificare: fino a domani, "il quadro normativo esclude la possibilità di un intervento regionale in tema di disciplina dell’attività didattica". Detto altrimenti: la Regione non aveva il potere di introdurre misure più restrittive. Quindi, in teoria, licei e istituti tecnici potrebbero riaprire le porte oggi per richiuderle domani pomeriggio, anche se è evidente che tempi così ristretti impediranno alla stragrande maggioranza dei presidi di organizzarsi.

E dal 16 al 24 gennaio? La "cessazione dell’efficacia del Dpcm", precisa Giordano, ridà alla Lombardia la possibilità di introdurre misure più restrittive. Anche se poi bolla l’ordinanza in toto come "contraddittoria e irragionevole". Il giudice parte dalla motivazione alla base della decisione di Fontana, fondata anche su un parere del Comitato tecnico-scientifico-regionale (di cui per inciso il Tar ha richiesto ieri mattina l’invio entro le 14 e che invece sarebbe stato consegnato solo nel tardo pomeriggio): "L’ordinanza – si ricostruisce nel decreto di sospensiva – evidenzia la crescita del valore Rt, anche ospedaliero, nelle due settimane dal 20 al 26 dicembre 2020 e dal 27 dicembre 2020 al 2 gennaio 2021, precisando che risulta un inizio precoce della patologia “in particolare nella fascia d’età 14-18, fascia che si caratterizza per significativa attività sociale e bassa manifestazione clinica di malattia“".

Inoltre, il provvedimento "afferma che la didattica in presenza comporterebbe “probabili assembramenti nei pressi dei plessi scolastici, con correlato rischio di diffusione del contagio presso le famiglie“". In sostanza, annota Giordano, "il pericolo che l’ordinanza vuole fronteggiare non è legato alla didattica in presenza in sé e per sé considerata, ma al rischio assembramenti correlati agli spostamenti degli studenti". Da qui "l’irragionevolezza della misura disposta, che, a fronte di un rischio solo ipotetico di formazione di assembramenti, anziché intervenire su siffatto ipotizzato fenomeno, vieta radicalmente la didattica in presenza per le scuole di secondo grado, didattica che l’ordinanza neppure indica come causa in sé di un possibile contagio". Una misura che, per il giudice, comprime il "diritto fondamentale all’istruzione" e incide su "crescita, maturazione e socializzazione degli studenti".

Che succede ora? Dal punto di vista formale la Regione ha annunciato un reclamo - non ancora un ricorso - perché "i riferimenti normativi che hanno orientato il giudice non tengono conto della possibilità delle Regioni di adottare misure più restrittive di quelle previste dai vari Dpcm". Sul piano pratico, invece, è molto probabile che da sabato la Lombardia diventi zona rossa e in questo caso alle scuole, ordinanza sì ordinanza no, non resterebbero che due soli giorni di didattica in presenza, oggi e domani.