Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica del Sacco
Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica del Sacco

Milano, 3 luglio 2020 - Della fase acuta della pandemia scrive: "Sembra che sia trascorso un secolo, invece sono passati solo pochi mesi". E di se stessa dice: "Una donna ribelle, nella vita e nella carriera; una donna tenace, una vera “pecora nera“, che non ha mai accettato compromessi". Il Covid 19 le ha regalato una inaspettata popolarità, e anche qualche amarezza. Non tanta, però, da scalfire la fiducia nelle sue convinzioni. Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze all’Ospedale Sacco di Milano, domani sarà a Berlino, a un convegno sul Covid in Europa, unica studiosa italiana invitata. All’incontro, cui parteciperà anche Angela Merkel, porterà in dote i suoi studi e l’esperienza maturata a Milano, nella lotta al "nemico pubblico numero uno", come Tedros Adhanom, direttore generale dell’Oms, l’11 febbraio ha definito il coronavirus. Materia anche del suo saggio "Ombre allo specchio", dal 9 luglio in libreria. "Un’immagine psicologica", spiega Gismondo. "Lo specchio è un rivelatore di verità. Se parliamo del Covid, ci mostra dove abbiamo sbagliato".

Dove, secondo lei?
"La prevenzione, la fornitura di presidi sanitari non hanno funzionato. La carenza di mascherine è costata la vita a medici e infermieri. La frammentazione delle Regioni, alcune di colore politico diverso da altre, ha poi creato una diatriba partitica che, a sua volta, ha generato un rimpallo delle responsabilità e anche scelte sbagliate sul piano operativo".
Per esempio?
"Le morti nelle Rsa si potevano evitare proteggendo anziani e pazienti a rischio dai contatti con persone positive. Servivano misure molto più stringenti e il rispetto assoluto delle regole. Mi chiedo a cosa siano serviti i tavoli tecnici — all’Oms, all’Istituto superiore di sanità, al ministero — se non si è riusciti a evitare così tanti decessi. Oggi il problema non è capire se a sbagliare sia stato l’assessore competente o il direttore di questa o quella struttura per anziani. Il punto è che sono mancate linee guida chiare ed efficaci. E sono mancate a monte".
Neppure l’arrivo della pandemia è stato capito dagli esperti.
"In novembre, da parte di tavoli e organismi internazionali, sono stati redatti documenti di allarme. Tutti però sono rimasti nei cassetti. In Italia il Comitato per l’aggiornamento sulle misure contro la pandemia non si riunisce dal 2009".
Anche i virologi italiani, divenuti famosissimi, hanno dato a volte informazioni contraddittorie.
"Di fronte a un virus sconosciuto il fatto di cambiare idea è fisiologico. Il problema è che le opinioni non venivano messe a confronto con intenti costruttivi ma distruttivi. E l’opinione pubblica ne usciva disorientata".
Lei paragonò il coronavirus a un’infezione poco più grave di un’influenza.
"Era il 23 febbraio, lo scrissi nella mia pagina Facebook: “Datevi tutti una calmata“. Lo avevano già detto Fabrizio Pregliasco, Pierluigi Lopalco e il Cnr. Ero in ottima compagnia. E in quel preciso momento la nostra affermazione non era sbagliata: con i dati a disposizione era lecito pensarlo".
Invece subì il linciaggio mediatico.
"Il primo a criticarmi fu Roberto Burioni. Mi definì “la signora del Sacco“. E questa, posto che Luigi Sacco è stato il più grande virologo italiano, non la considero un’offesa. Poi però sono iniziati gli attacchi personali. Specie da un sedicente Patto trasversale per la scienza, che mi diffidava dal rilasciare dichiarazioni. Peccato che la diffida non sia mai stata notificata. Solo inviata alle agenzie di stampa, per diffamarmi. Oggi ne deduco che questa sia stata una pandemia maschilista...".
Ma chi aveva ragione?
"Nessuno. Avevamo torto tutti. Perché ci rapportavamo alla Sars. Le nostre previsioni sono state smentite dall’evoluzione del virus. Dico le nostre, non le mie soltanto".
Molte domande restano senza risposta. Non sappiamo nulla di certo neppure sull’origine del Covid.
"Non sapremo mai la verità. Nessuno dirà se è stato volutamente diffuso o se sia sfuggito accidentalmente dal laboratorio che l’aveva creato".
Finora si è detto che è stato generasto da una zoonosi, cioè trasmesso all’uomo da un animale.
"Perché si sono visti geni simili nei pipistrelli, ma non si è dimostrato come possa essere avvenuto il salto dall’animale all’uomo. Ora però bisogna guardare avanti e concentrarsi sui pericoli costituiti dal bioterrorismo o dal proliferare di laboratori che aumentano, già di per sé, i rischi di contaminazione. Non a caso il sottotitolo del libro è “Il futuro dopo la crisi“. Molto dipenderà dalla lezione che sapremo imparare".
A che punto siamo?
"Abbiamo imparato come si può riconoscere un focolaio e che la Sanità va sostenuta, non tagliata. Infine, che bisogna tutti parlare meno. L’infodemia è un danno e non va confusa col diritto all’informazione".
Diffondere dati sul contagio ogni giorno è sbagliato?
"Lo è stato, sicuramente. Perché la stessa protezione civile, con Angelo Borrelli, confondeva i morti di Covid con i morti con Covid, e dava numeri crudi che servivano solo a spaventare. I positivi erano di 10 giorni prima".
Il suo momento peggiore?
"La sera del 20 febbraio, quando ho esaminato un tampone proveniente da Codogno. Alle 21.30 abbiamo comunicato la diagnosi: positivo al coronavirus Sars-Cov-2. Avevamo il paziente uno, ed è stata subito emergenza. Per tre giorni non sono più uscita dall’ospedale. Arrivavano centinaia di tamponi, ed erano tutti positivi".
La domanda di tutti è: perché la Lombardia?
"Perché è la più esposta ai viaggi e ai contatti, dovuti agli scambi commerciali. Poi però anche l’inquinamento ha fatto la differenza: i virus si diffondono di più in presenza di polveri sottili. La Lombardia è il territorio più inquinato d’Europa dopo la Polonia".
Ci sarà una nuova ondata?
"Chi dice che arriverà non ha elementi per affermarlo con certezza. Lo stesso chi dice il contrario. Certo noi siamo cambiati. Siamo meno disarmati e sappiamo come intervenire".
Quando torneremo a una vita normale?
"La prossima primavera".