Attilio Fontana
Attilio Fontana

Milano, 4 agosto 2020 - Era convinto che la Dama spa, la società del cognato Andrea Dini, come altre aziende del Varesotto, quei camici li volesse "regalare" alla Regione. È questo il senso della deposizione resa da Giulia Martinelli, capo della segreteria del governatore Atilio Fontana, contenuta, fra le altre cose, nella memoria difensiva depositata ieri dall’avvocato di Fontana, Jacopo Pensa. Poche pagine consegnate a mano al procuratore aggiunto Maurizio Romanelli. Fontana sarebbe rimasto addirittura "sbigottito quando ha saputo del contratto a titolo oneroso per l’affidamento diretto da parte di Aria spa, la centrale acquisti regionale, della fornitura per oltre mezzo milione di euro di camici e di altro materiale anti-Covid alla Dama spa di suo cognato Andrea Dini (azianda di cui la moglie detiene il 10% ndr)".

Sono ancora le parole che Giulia Martinelli, ex compagna del leader della Lega Matteo Salvini, attualmente la lady più potente del Pirellone, ha fatto mettere nel verbale delle indagini difensive condotte dall’avvocato Pensa. Per il suo entourage, insomma, Fontana indagato per frode in pubbliche forniture, non avrebbe saputo nulla dell’ affaire camici, impegnato com’era nel gestire l’emergenza. Non è escluso, come aveva detto il suo legale qualche giorno fa, un interrogatorio del Governatore dopo le vacanze estive per chiarire la sua posizione e per ribadire "di aver agito in totale buona fede", soprattutto nell’atto successivo alla tentata vendita di camici, poi non andata in porto. Per quanto riguarda, infatti, il bonifico al cognato di 250 mila euro, prelevato da un conto svizzero scudato e bloccato dall’antiriclaggio di Banca d’Italia, Fontana lo avrebbe fatto - stando sempre alla memoria difensiva - per risarcirlo del mancato introito dei 50mila camici donati ad Aria Spa, la centrale acquisti regionale.

Per una sorta di "solidarietà" nei confronti del cognato. Per l’avvocato Pensa, in questa vicenda il suo assistito ha agito "in buonafede per evitare malignità". Secondo la ricostruzione dei pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas, il governatore, invece, avrebbe avuto un ruolo attivo nella procedura che portò alla trasformazione del contratto in affidamento diretto sottoscritto il 16 aprile scorso tra Aria e Dama (513 mila euro per la fornitura di 75 mila camici e 7 mila set sanitari) in una donazione. L’accusa di frode nelle pubbliche forniture è scattata alla luce di un "inadempimento" relativo alla mancata consegna dei 25mila camici che facevano parte del contratto originario e che Dini, nella speranza di ottenere un parziale risarcimento dopo che il contratto era stato trasformato in donazione, avrebbe cercato di rivendere sul mercato a prezzo superiore.