i carabinieri con la droga sequestrata
i carabinieri con la droga sequestrata

Milano, 18 settembre 2018 - Il primo controllo è di giugno, in via Sant’Arialdo, e fa suonare un campanello d’allarme: quel 35enne albanese che si aggira nei pressi del boschetto va seguito con particolare attenzione (anche perché risulta senza fissa dimora e non ha domicili da perquisire immediatamente), troppo sospetto il frullatore stipato nello zaino. Le indagini proseguono sottotraccia durante l’estate, fin quando si arriva a sabato scorso. Lo stesso uomo, monitorato in questi mesi dai carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Monforte, entra in un condominio di via Pasquale Sottocorno, a due passi da piazza Cinque Giornate: è lì il suo covo. A quel punto, scatta il blitz dei militari in borghese coordinati dal maggiore Maurizio De Angelis: dalla borsa ecco spuntare un chilo di eroina diviso in due panetti di colore marrone.

La perquisizione si estende subito all’abitazione, dove l’uomo (sposato in Albania) vive da solo nei suoi periodi milanesi: in casa gli investigatori trovano una sorta di laboratorio, con un altro chilo e mezzo di droga da «lavorare», 6 chili di sostanza da taglio e il frullatore (con tracce di eroina sul fondo) rinvenuto nel corso del primo controllo a Rogoredo; c’è sostanza già pronta per l’uso, la brown sugar in polvere, e stupefacente ancora da lavorare, che si presenta in forma di pasta modellabile e con un grado di purezza decisamente più elevato rispetto alla prima. Inutile aggiungere che il 35enne albanese, che risulta incensurato, non ha aperto bocca con i militari, rifiutandosi di rispondere alle domande sulla provenienza della sostanza e sulla destinazione finale della «nera».

Certo, il fatto che tre mesi prima l’uomo sia stato intercettato e identificato in zona boschetto lascia pensare che l’eroina fosse destinata proprio alla principale piazza di smercio della città. L’inchiesta è appena iniziata, e l’obiettivo prioritario è quello di individuare il contesto criminale all’interno della quale si muoveva il 35enne, ricostruendo a ritroso frequentazioni e spostamenti. Considerato il profilo dell’arrestato, che non ha precedenti nel nostro Paese, è probabile che si tratti di una persona legata a doppio filo a un’organizzazione con base sull’altra sponda dell’Adriatico: una sorta di «operaio specializzato», lo definisce un investigatore esperto della materia, inviato a Milano con il compito di preparare la «roba» per i pusher di Rogoredo. Ancora una volta, si conferma il ruolo di primo piano dell’Albania lungo la rotta balcanica che traghetta l’eroina dal Medioriente all’Europa (il 40% degli oppiacei transita su quella direttrice, secondo i dati aggiornati al 2015 e riportati nell’ultima relazione della Direzione centrale per i servizi antidroga del Ministero dell’Interno); una posizione di predominio che negli anni i delinquenti locali hanno conquistato e mantenuto pure sul fronte del traffico all’ingrosso di marijuana, che arriva via terra nel Nord Italia risalendo i territori dell’ex Jugoslavia e via mare al Sud, in particolare sulle coste pugliesi. In tutto questo, il boschetto della droga rappresenta il punto finale del viaggio, il luogo in cui la «nera» finisce nelle mani del tossicodipendente, l’ultimo anello della catena, e frutta guadagni a getto continuo ai vertici della piramide.

I pusher sono in stragrande maggioranza di origine nordafricana, marocchini per lo più: manovalanza divisa su tre turni, che gestisce gli affari per conto terzi. Detto che gli albanesi sono i fornitori della sostanza, non è pensabile che in un mercato così florido e remunerativo non ci siano a comandare esponenti della criminalità organizzata italiana: l’idea è che siano le mafie di casa nostra a sovrintendere alla gestione di via Sant’Arialdo e dintorni, una fonte incessante di profitti da reinvestire in altre attività illecite.