La battaglia della madre del ragazzo
La battaglia della madre del ragazzo

Milano, 24 gennaio 2020 - «Mio figlio era una persona meravigliosa: lo amavo tantissimo". Una frase che, nella sua semplicità, dipinge una vita spezzata all’età di 20 anni, il 30 gennaio del 1973. Quel giorno il bocconiano "da trenta e lode" Roberto Franceschi morì al Policlinico, vittima di un proiettile sparato la sera del 23 gennaio da un’arma in dotazione alla polizia durante uno scontro con studenti e lavoratori. In quell’episodio rimase ferito anche l’operaio Roberto Piacentini. Mezzo secolo "senza giustizia" per i familiari, nessun condannato per l’omicidio in una vicenda segnata da depistaggi, silenzi e 26 anni di battaglie giudiziarie. Lydia Buticchi, la madre di Roberto Franceschi, all’età di 96 anni non smette di lottare con al fianco la figlia Cristina: "Abbiamo trasformato rabbia e dolore enorme in un’occasione per migliorare la società, con borse di studio per tanti ragazzi. Questa è la vendetta di Roberto".

Quando ha visto per l’ultima volta suo figlio?
"La sera del 23 gennaio io e Cristina siamo andate a teatro, mentre Roberto è rimasto a casa perché c’era l’assemblea in Bocconi e doveva finire di pinzare le dispense di matematica scritte per i compagni. Quando siamo tornate ci ha chiamate il professor Francesco Fenghi dicendo che Roberto era rimasto ferito. Io ho pensato: “Saranno stati i fascisti“. Al Policlinico i medici ci hanno detto che era stato raggiunto da un colpo di pistola, ma i giornali scrissero che era stato colpito da un sasso. Abbiamo deciso di andare a cercare la verità, c’è stato un percorso processuale, durato 26 anni".

Come lo ha affrontato?
"A muso duro, come una leonessa. Nel primo processo abbiamo chiesto l’assoluzione dell’agente Gianni Gallo, non volevamo un capro espiatorio".

Come avete capito che lui era innocente?
"C’erano le testimonianze delle persone che avevano visto poliziotti in borghese, non in divisa, che sparavano, e tanti altri elementi raccolti anche da noi".

Poi ci fu il secondo processo.
Anche il vicequestore Tommaso Paolella, visto all’incrocio con via Bocconi mentre sparava ad altezza d’uomo, fu assolto. Nessuno ha pagato per l’omicidio".

Come ha reagito?
"Nel 1985 ero preside alla scuola Rinaldi di Milano e, per la delusione, ho deciso di rassegnare le dimissioni. Il ministro dell’Istruzione Franca Falcucci le ha respinte, ho chiesto il distaccamento all’università e sono andata alla Statale. Chiuso il capitolo dei processi abbiamo portato avanti la battaglia in sede civile ottenendo, almeno lì, giustizia. Con il risarcimento abbiamo finanziato la Fondazione Roberto Franceschi, che negli anni ha erogato 47 borse di studio e fondi per 33 ricercatori".

Da parte delle istituzioni ha mai ricevuto scuse?
"Solo con i Poliziotti Democratici c’è stato un dialogo. Ricordo un poliziotto che ogni 23 gennaio veniva agli incontri di nascosto, ma da parte dei vertici solo silenzio".

Che messaggio rivolgerebbe a chi ha ucciso Roberto?
"Che è solo un vigliacco".

Che persona sarebbe diventata, secondo lei, suo figlio?
"Un professore universitario, ma nello stesso tempo avrebbe portato avanti il suo impegno politico e sociale".

Avete avuto contatti con altre famiglie di vittime?
"Abbiamo costruito una rete di solidarietà. A un certo punto ho avuto anche un moto di ribellione perché non volevo essere la “dea della morte”, in campo solo per le tragedie. Ma non mollo mai perché ricordo sempre una frase che Roberto mi ha rivolto il 12 dicembre 1972, prima di andare in manifestazione nell’anniversario di piazza Fontana: “Se mi dovesse succedere qualcosa devi continuare la mia lotta“".