Muratori in un cantiere edile
Muratori in un cantiere edile

Milano, 17 febbraio 2019 - L'abuso edilizio fu accertato nell’agosto del 1985, almeno così ha sostenuto chi l’ha commesso. Peccato che poi il Comune, sempre nella versione della società sotto accusa, abbia impiegato ben 21 anni a chiederne conto, irrogando il 2 gennaio 2006 una sanzione amministrativa da 259mila euro. Ora, a distanza di quasi 34 anni, è arrivato il verdetto definitivo del Consiglio di Stato: i giudici hanno confermato che la violazione non è prescritta, ritoccando al ribasso l’entità della multa a 208.342 euro. Secondo quanto riportato nelle sentenze di primo e secondo grado, la società Itas, attualmente in liquidazione, avrebbe all’epoca trasformato un sottotetto adibito a deposito nello stabile di viale Argonne 1 in un’unità immobiliare «di fatto destinata alla residenza», ricavando in quei 93 metri quadrati «una cucina, un soggiorno, un disimpegno, due camere da letto e due bagni, oltre a due terrazzi». Un intervento effettuato «senza aver presentato la prescritta segnalazione certificata di inizio attività», in termini tecnici. Un abuso edilizio, in sintesi.

Per più di vent'anni, però, quell’appartamento (chissà se abitato oppure no) è rimasto lì senza che nessuno se ne curasse. Poi, il 2 gennaio 2006, è arrivata la stangata del Comune, in particolare dello Sportello unico edilizia: 259.600 euro da pagare «per opere interne ed esterne nell’immobile di viale Argonne 1». A quel punto, la Itas ha presentato ricorso al Tar per chiedere l’annullamento della maxi multa, sostenendo che, in materia di sanzioni amministrative pecuniarie, la legge prevede «un termine prescrizionale pari a cinque anni, decorrente dal momento di commissione dell’illecito». Una tesi respinta al mittente dai giudici del Tribunale amministrativo, secondo i quali, in caso di abusi edilizi, «la prescrizione può cominciare a decorrere solo dal giorno in cui è cessata la permanenza». Ne consegue che, «finché l’opera rimane abusiva, il termine prescrizionale non decorre; ed è questo il motivo per cui la giurisprudenza afferma che il potere di irrogare sanzioni pecuniarie repressive di abusi edilizi può essere esercitato senza limiti di tempo». Sulla stessa linea la sentenza di secondo grado, appena emessa dal Consiglio di Stato, che ha chiuso una querelle lunga più di trent’anni. In sostanza, i giudici hanno confermato quanto stabilito dal Tar, riducendo però l’ammontare della sanzione.

Una perizia, affidata all’Agenzia delle Entrate, ha stabilito che i locali nel mirino, pur non potendosi considerare «abitazione» perché privi dei requisiti necessari, hanno comunque aumentato il loro valore di 104.171 euro con l’intervento edilizio. Così, moltiplicando la cifra per due, come stabilito dal Testo unico sull’edilizia, si è arrivati al prezzo ritenuto corretto: 208.342 euro. Da versare al Comune 34 anni dopo.