BRAVI Sarebbero stati in realtà dei picciotti
BRAVI Sarebbero stati in realtà dei picciotti

Lecco, 19 agosto 2018 - Su quel ramo del lago... di Monticchio che volge in Basilicata. L’incipit dei “Promessi sposi” andrebbe probabilmente riscritto. La versione originale del celebre romanzo non sarebbe infatti ambientata in Lombardia, tra il lago di Lecco, l’Adda, Milano e dintorni, bensì in Lucania, sulle sponde dei laghi di Monticchio, nel Vulture, in provincia di Potenza. È la suggestiva tesi, mai confermata né mai smentita, proposta da padre Gabriele Ranzano, gesuita della diocesi di Melfi, Rapolla e Venosa, scomparso nel 2007 all’età di 92 anni e rispolverata di recente dal giornalista e storico lucano Vincenzo Maida nel suo ultimo libro. Secondo gli studiosi il famoso manoscritto, cui fa più volte cenno Alessandro Manzoni nei suoi Promessi sposi, sarebbe esistito veramente, non si tratterebbe un semplice espediente letterario: glielo avrebbe regalato il suo mentore Francesco Lomonaco da Montalbano Jonico, paese del Materano, soprannominato il “Plutarco italiano”. Il manoscritto, poi andato perduto, anzi distrutto, sarebbe stato scovato dal mentore del Manzoni nella biblioteca dell’Abbazia di Monticchio e avrebbe riportato una leggenda tradizionale del posto su due sposi promessi che si chiamavano Fermo e Lucia, come nella prima versione del celebre romanzo, alle prese con un signorotto locale. Alessandro Manzoni, almeno nella prima stesura del più noto romanzo italiano, si sarebbe quindi limitato a copiare e riadattare ampie parti del manoscritto.

Don Rodrigo non sarebbe dunque spagnolo ma un borbone, i bravi sarebbero picciotti come lascerebbero intendere i loro nomi Sfregiato, Tiradritto e Grignapoco, più adatti a scagnozzi meridionali che a guardaspalle di nobili settentrionali; padre Cristoforo sarebbe fuggito in Sicilia invece che a Rimini; Agnese, madre della promessa consorte. avrebbe invocato la Madonna del Carmine, la Monaca di Monza sarebbe Geltrude De Leyva rampolla dei commendatari dell’Abbazia di San Michele Arcangelo che si affaccia appunto sul Lago piccolo di Monticchio, un ermitaggio affidato all’allora 27enne Federico Borromeo, divenuto poi cardinale milanese, uno dei personaggi chiave dei Promessi sposi.

Alla stessa stregua i “monti sorgenti dall’acque, ed elevati al ciel”, riportati nel passaggio più lirico del romanzo, nel racconto originario non sarebbero il Resegone e le Grigne che si ergono sul Lario, ma le cime del Vulture che si specchiano nei laghi vulcanici di Monticchio. «La tesi è suggestiva, purtroppo non può essere verificata né provata perché i diretti interessati non hanno lasciato nulla di scritto in merito – spiega Vincenzo Maida, giornalista e capo dell’ufficio stampa dell’Asm, l’Azienda sanitaria di Matera, che la ripropone nella sua ultima raccolta di racconti “I muri parlano”, traendo spunto da una lapide che a Montalbano Jonico ricorda proprio l’amicizia tra Francesco Lomonaco e il suo allievo Alessandro Manzoni –. Gli elementi storici, filologici, letterari e della tradizione lucana per sostenerla però non mancano e meritano di essere almeno divulgati».