Mario Trovato scortato in tribunale
Mario Trovato scortato in tribunale

 Lecco, 23 luglio 2016 -La Direzione distrettuale antimafia di Milano impugnerà la sentenza in primo grado al processo Metastasi sulle infiltrazioni di ’ndrangheta nella politica cittadina. La notizia è trapelata in queste ore dal capoluogo e rimbalzata - sebbene ancora in forma riservata - in città in attesa che la decisione venga formalizzata alle parti, molte delle quali peraltro avevano già deciso di appellare il dispositivo.

Cosa abbia spinto il sostituto procuratore Bruna Albertini a impugnare la sentenza del 1° marzo scorso non è dato saperlo perché, appunto, non se ne conoscono ancora le motivazioni. Di sicuro più di una perchè lo stesso processo alla famiglia dei Trovato, ai suoi affari e ai suoi gangli nella vita politico-amministrativa cittadina ha lasciato più di un’interrogativo alle spalle. Domande ma anche molte discrasie tra le decisioni prese dai giudici lecchesi guidati da Enrico Manzi e quelle dei colleghi di Milano, dove invece sono stati giudicati (in abbreviato) Ernesto Palermo, Alessandro Nania e Claudio Bongarzone.

Mario Trovato a Lecco invece è stato ritenuto il capo dell’omonima famiglia di ’ndrangheta operante a Lecco e dintorni con i tipici metodi mafiosi: estorsioni, minacce e uso più o meno velato della forza. Una «certificazione» che spiega i dodici anni e mezzo di pena e le altrettanto pesanti condanne al boss e ai tre tre imputati - Antonello Redaelli, Antonino Romeo e Massimo Nasatti - a cui è stata riconosciuta l’aggravante della «mafiosità». L’unico prosciolto da quest’accusa al processo di Lecco è stato Saverio Lilliu. La Corte d’Appello di Milano invece ha escluso l’aggravante mafiosa per Nania, Bongarzone ma soprattutto Palermo, che per l’accusa era proprio il referente politico della famiglia.

Anche sulla presunta corruzione i due processi sono giunti ad altrettante verità antitetiche. A Lecco Marco Rusconi è stato scagionato sul punto perché i giudici si sono convinti che non sia stata raggiunta la prova che l’allora sindaco di Valmadrera abbia preso soldi per la gara d’appalto al Lido di Parè. Per quello stesso episodio i colleghi di Milano hanno invece ritenuto Palermo colpevole di corruzione, un reato che per il codice penale si commette in due tanto che si parla di concorso necessario. Così il pm Albertini ha deciso di giocarsi nuovamente le proprie carte in Appello.