Esplosione palazzina avvenuta il 18 dicembre 1987
Esplosione palazzina avvenuta il 18 dicembre 1987

Lecco, 17 dicembre 2017 - Non è rimasto più nulla di quella palazzina di corso Giacomo Matteotti in centro a Lecco sventrata dall’esplosione, uno stabile a ferro di cavallo a due piani di cinque appartamenti, due per ala più uno nella parte centrale, ricavanti negli alloggi di servizio di Palazzo Belgioiso.

La deflagrazione, provocata, da una fuga di gas avvenuta il 18 dicembre 1987, un venerdì, poco prima di mezzogiorno e mezza, quando tutti pensavano già al Natale, distrusse completamente l’edificio di Castello, e con esso la vita di sette persone. In un istante il boato, potentissimo, peggio di una bomba, uccise sul colpo i fratellini Andrea e Fabio Pizzardo di 3 e 8 anni insieme al loro papà Giancarlo di 32 e poi la 40enne Rosaria Pesti Michetti, madre di tre figli, la proprietaria di un vicino negozio di frutta Alba Sandionigi, la 23enne Serenella Bolognesi che si trovava per caso nel negozio e infine, dopo una lunga agonia, Maria Bolis di 24 anni di Calolziocorte. L’esplosione non lasciò scampo anche ad un cane. Il bilancio avrebbe potuto essere molto peggiore se molti inquilini non si fossero trovati al lavoro e i bambini a scuola. Al posto delle abitazioni e del negozio ora c’è solo una statua, la Madonnina della trave, realizzata con i detriti in legno per ricordare le sette vittime e per non dimenticare quanto accaduto esattamente trent’anni fa a Castello, nel cuore della città. 

«Èun dolore che non può essere cancellato e che a distanza di 30 anni fa ancora male – ricorda il sindaco Virginio Brivio -. Quanto accadde nel quartiere di Castello il 18 dicembre 1987 resta vivo nella mente e nel cuore di chi quel giorno ha assistito inerme a una tragedia che in un attimo ha spazzato via la vita di molte persone. Ripercorrere le concitate e drammatiche ore di quella giornata ci mette di fronte alla crudeltà del destino». Ma, sebbene nella sciagura, il terribile avvenimento ha permesso anche di esaltare il coraggio e la generosità di tanti che da subito si sono adoperati per salvare i superstiti ed estrarli dalle macerie alte oltre cinque metri nonostante il pericolo di altri cedimenti. I medici, gli infermieri e i portantini del vicino ospedale innanzitutto, intervenuti appena sentirono lo scoppio senza bisogno di essere chiamati perché il servizio di emergenza del 118 nemmeno esisteva all’epoca, i vigili del fuoco, i carabinieri e i poliziotti che scavarono a mani nude e tanti, tantissimi cittadini, tra familiari di chi è rimasto sepolto, i commercianti del rione, semplici passanti. 

«Mantenere la memoria è un dovere civico, nel bene e nel male, una dimostrazione di vicinanza a chi ha perso tutto – prosegue il sindaco –. Ed è anche un segno di riconoscenza per chi si è dedicato anima e corpo nel salvare una madre, un figlio, un amico. Ricordare lo scoppio di Castello significa essere una comunità sia nei momenti belli, sia in quelli più duri da affrontare e superare».