L’ingresso del tribunale
L’ingresso del tribunale

 Lecco, 17 dicembre 2016 - «Se dobbiamo fare ulteriori indagini, le faremo. Ma di sicuro la situazione è molto fluida per usare un termine di moda in questi tempi e le possibilità molto ampie». Angelo Chiappani non nasconde che la morte di Liam, il bimbo di Ballabio deceduto a soli 28 giorni dalla nascita, resta un caso complesso. E soprattutto ancora irrisolto perché a più di un anno quella tragedia non ha ancora una verità processuale.

L’unico passo in avanti è il fatto che siano state stralciate le posizioni dei tre medici - le due pediatre e il radiologo - che si erano presi cura di Liam nel corso dei due ricoveri precedenti alla morte e che inizialmente erano stati inseriti nella lista degli indagati con l’accusa di omicidio colposo. Il gip Paolo Salvatore ha disposto di archiviare la loro posizione e quindi imposto una proroga di indagini nei confronti dei genitori del piccolo Liam, che a questo punto restano i soli unici sospettati (in concorso) della morte del neonato.

Il sostituto Cinzia Citterio, che peraltro si era già vista respingere una prima richiesta di archiviazione, non l’ha presa bene per il semplice fatto che a distanza di più di un anno nessuno le ha dato una mano per avere risposte certe. E di aiuti il sostituto ne ha chiesti eccome. Prima all’anatomopatologo Paolo Tricomi, che inizialmente si era espresso per una morte da caduta alla luce delle due fratture occipitali riscontrate. A fronte del sospetto di una morte non naturale, la Procura aveva (giustamente) disposto una ulteriore perizia sul corpo del piccolo, questa volta «allargata» alle parti coinvolte. Non soddisfatta degli esiti, la dottoressa Citterio aveva chiesto lumi a un pool di tre super esperti, tre medici specialisti in diversi settori. Dopo mesi di analisi e valutazioni, è arrivata una risposta che stravolge le cause della morte accertate dalle prime due perizie: il piccolo Liam sarebbe morto per soffocamento e non a seguito di una caduta, così si spiegherebbero i segni riscontrati nei suoi polmoni.

Una nuova pista, una nuova prospettiva su cui lavorare che ha imposto alla Procura di cercare quello che in gergo si chiama «l’animus necandi», ovvero la volontà di far male. A questo punto si apre un ventaglio di possibilità infinite, la stessa «fluidità» citata dal procuratore: da un comportamento volutamente omicida ad un altro colposo, passando per l’assoluta involontarietà con il bimbo che potrebbe essere morto a causa di un abbraccio troppo affettuoso. In ogni caso occorre stabilire una concatenazione di elementi che possano portare a un nesso causale con la morte del neonato. Occorre insomma una prova contro i due genitori, che nemmeno le intercettazioni telefoniche hanno saputo fornire. E il mistero continua.