COSA STA SUCCEDENDO alle materie prime, acciaio e rame in particolare? "Scarseggiano, e i prezzi sono andati alle stelle", spiega il presidente di Federmeccanica, Alberto Dal Poz. Con il risultato che la tanto agognata ripresa rischia di essere vanificata da questa tempesta perfetta. D’altra parte, se il punto di forza del manifatturiero italiano è il brand made in Italy apposto tanto sui prodotti consumer quanto sugli intermedi, un sigillo di qualità che è garanzia di innovazione e capacità creativa, viceversa il suo fianco debole sta nella pressocché totale assenza di materie prime. L’Italia è un paese di trasformazione....

COSA STA SUCCEDENDO alle materie prime, acciaio e rame in particolare? "Scarseggiano, e i prezzi sono andati alle stelle", spiega il presidente di Federmeccanica, Alberto Dal Poz. Con il risultato che la tanto agognata ripresa rischia di essere vanificata da questa tempesta perfetta. D’altra parte, se il punto di forza del manifatturiero italiano è il brand made in Italy apposto tanto sui prodotti consumer quanto sugli intermedi, un sigillo di qualità che è garanzia di innovazione e capacità creativa, viceversa il suo fianco debole sta nella pressocché totale assenza di materie prime. L’Italia è un paese di trasformazione. Metalli, idrocarburi, derivati del petrolio – plastica in primis – e buona parte dei materiali per l’abbigliamento, naturali quanto sintetici, attraccano ai nostri porti, giungendo da un po’ ovunque nel mondo. Ecco perché, se i prezzi delle materie prime salgono – e peggio ancora se schizzano, come in questo momento – a farne le spese è l’intera industria italiana. E non solo.

Il primo allarme è stato lanciato ancora a inizio anno da Assofond, l’associazione che nel sistema Confindustria rappresenta le fonderie italiane. I prezzi di rottami e ghisa in pani per le fonderie di metalli ferrosi, quanto dei lingotti in leghe di alluminio e metalli leggeri per quelle di metalli non ferrosi hanno segnato forti aumenti, alle volte anche con la doppia cifra. A sorprendere è stato soprattutto l’andamento dell’alluminio secondario. A gennaio, le quotazioni al London Metal Exchange hanno superato i 2mila dollari a tonnellata, con un balzo pari a quasi l’80% rispetto ai minimi di marzo-aprile 2020. "È una dinamica, per certi versi, simile a quella già sperimentata con la crisi finanziaria", spiega Roberto Ariotti, presidente di Assofond. "Nel 2008 i prezzi delle materie prime erano più che raddoppiati in pochi mesi, per poi rientrare ai livelli di partenza altrettanto rapidamente. All’epoca si trattò di una bolla, come si sarebbe scoperto in seguito, mentre oggi abbiamo delle motivazioni legate all’economia reale. Da un lato, il lockdown dell’anno passato ha ridotto drasticamente la produzione di materie prime, come la ghisa in pani, dall’altro la crisi del settore auto ha determinato un forte calo nella raccolta del rottame". Appunto, una tempesta perfetta.

Alluminio caro, automotive in crisi, manufatti intermedi d’eccellenza, realizzati in quel di Lombardia, cuore pulsante della nostra industria, ma ancora in fase di debole convalescenza dopo lo stop del Covid. C’è chi direbbe che siamo all’ennesima dimostrazione che sia arrivato il momento di ripensare alla struttura delle catene del valore. Se non addirittura a un nuovo modello di capitalismo. Tutti d’accordo. Ma il progetto è più facile a dirsi che a farsi. Se il nostro Paese è povero di materie prime, il resto d’Europa non è da meno. Che sia italiano, tedesco o francese, l’imprenditore va a bussare sempre alle stesse porte di Cina e Usa per gli approvvigionamenti. Peccato che, laggiù, la rapida ripresa dell’attività siderurgica e metallurgica abbia drenato la già scarsa offerta sul mercato, rischiando così di mandare in corto circuito i tentativi di riavviare l’intera industria europea.