Cannabis agli sportivi, dal 2023 potrebbe non essere proibita

L'agenzia mondiale antidoping (Wada) sta valutando se elimniare la marijuana dalla lista delle sostanze vietate agli atleti

La cannabis al vaglio della Wada

La cannabis al vaglio della Wada

C’è odore di cambiamento e, forse, non è il solo profumo che si sente. Dopo il referendum indetto per la depenalizzazione della cannabis, ora la svolta in campo sportivo: l'Agenzia mondiale antidoping (Wada) esaminerà se la marijuana debba rimanere nell'elenco delle sostanze proibite. Una sentenza che era “nell’aria” dopo che la velocista americana Sha'Carri Richardson ha dovuto saltare i Giochi Olimpici di Tokyo in conseguenza di una squalifica per essere risultata positiva alla sostanza. La Wada ha dichiarato che il suo comitato esecutivo, "a seguito della ricezione di richieste da parte di un certo numero di parti interessate", ha approvato la decisione del gruppo consultivo di esperti dell'elenco di avviare "una revisione scientifica dello stato della cannabis". Tuttavia ha chiarito che "la cannabis è attualmente vietata in competizione e continuerà ad esserlo nel 2022", quindi una eventuale modifica non entrerà in vigore prima del 2023. Richardson ha vinto i 100 metri nei trial olimpici statunitensi ed è stata successivamente squalificata per 30 giorni dopo il test positivo costringendola a dire addio a Tokyo2020. L'impatto positivo della cannabis sugli atleti è contestato dall'Istituto tedesco di biochimica di Colonia, che afferma che non migliorerebbe le prestazioni sportive, ma potrebbe incoraggiare l'assunzione di rischi in determinati sport.

La posizione americana

La squalifica di Sha'Carri Richardson ha fatto scalpore soprattutto negli States, dove l’utilizzo di marijuana è legale. In particolare in Colorado, dove l’atleta avrebbe consumato la sostanza proibita. Gli studi più recenti non considerano la cannabis una sostanza che migliora le prestazioni. “Peggiora le performance sportive e abbassa il livello di ossigeno nei muscoli” rivela uno studio condotto dalla Ncaa, associazione degli atleti dei college Usa. Ma anche tra i professionisti, negli ultimi anni, in America il rapporto con la marijuana è cambiato radicalmente: infatti, la Nfl (lega di football americano) ha alzato sensibilmente i limiti di thc concessi nel sangue e eliminato la possibilità di ricevere una squalifica in caso di positività.

Nel basket Nba dal 2020 le cose sono cambiate. La lega di pallacanestro più famosa al mondo ha deciso di sospendere i test randomici a cui sottoponevano i giocatori e ha cancellato “l’erba” dalle lista delle sostanze dopanti. Anche una stella come Kevin Durant, fuoriclasse dei Brooklyn Nets, si è schierato sul tema: “Tutti i miei compagni di squadra bevono caffè giornalmente, assumono caffeina quotidianamente. Altri, dopo le partite vanno a bere un bicchiere di vino o un drink. La marijuana dovrebbe essere considerata allo stesso livello. Spero si possa superare il pregiudizio che la circonda. Fa stare bene le persone, le fa stare insieme, e l’unico effetto collaterale è che fa venire fame”. Il cammino per l’accettazione della cannabis, in ambito sportivo e non, è ancora molto lungo, ma i pregiudizi si stanno lentamente sgretolando a favore di una più ampia libertà personale.