Andrea Lanfri
Andrea Lanfri

Milano -  Quando la voglia di confrontarsi con le proprie difficoltà non ha barriere, la mente riesce a preparare il corpo alle sfide più impensabili. L’entusiasmo che si percepisce nei racconti di Andrea Lanfri è contagioso: le Alpi, i giganti del Nepal e dell’Ecuador, il sogno dell’Everest e delle cime più alte di ogni continente, le corse in bici, le grandi traversate senza nessun aiuto. Lucchese, classe 1986, nato e cresciuto ai piedi delle Apuane, Lanfri nel 2015 in seguito a una meningite fulminante ha perso entrambe le gambe e sette dita delle mani. Nonostante ciò non si è mai fermato. Ha allenato il suo corpo all’uso delle protesti, (continua ancora a farlo) e nel 2017 ha vinto un argento mondiale con la Nazionale Paralimpica italiana. La montagna è sempre stata nel suo Dna e in questi giorni, in cordata con Massimo Coda, atleta biellese che scala con una protesi al titanio dal ginocchio in giù, è impegnato nel progetto della traversata di tutte le cime del Monte Rosa. I due sono partiti il 26 giugno e dovrebbero rimanere in quota anche per sei giorni consecutivi. Una cavalcata da Gressoney a Cervinia toccando tutte le 21 vette sopra i 4mila metri del massiccio. Tenda, fornello, gas, viveri..i due sono completamente autonomi. Il loro motto è: "Se vuoi puoi" ed è un chiaro invito a tutti coloro che nella vita hanno trovato un “intoppo”. Un’esortazione a ripartire ed andare avanti con ancora più grinta e coraggio. "Mi piace mettermi alla prova – ci ha raccontato Lanfri poco prima della partenza, reduce dal “coast to coast” da Montesilvano sull’Adriatico fino a Ladispoli sul Tirreno, passando per la vetta del Gran Sasso, utilizzando la bicicletta per gli spostamenti – Bisogna essere un po’ masochisti. Arriva un punto in cui non senti nemmeno le gambe, anche se io ne sento solo metà".

Da dove nasce questa spinta a mettersi costantemente alla prova?
"Ho avuto la meningite nel 2015. Prima avevo sempre frequentato la montagna essendo cresciuto sotto le Apuane. Poi è successo tutto quello che è successo ma mi era venuta voglia di correre. Avevo provato subito a tornare in montagna ma non riuscivo a fare grandi cose. Ho dovuto riadattare buona parte dei movimenti delle gambe".

Quali sono state le difficoltà maggiori?
"Praticamente ho dovuto reimparare a camminare. Nella testa le manovre c’erano tutte, ma non arrivavano al corpo. Ad esempio su una sassaia non ho il controllo del movimento della caviglia per cui devo compensare con il movimento del bacino. Ho dovuto ricominciare da capo. Poi nel 2016 ho iniziato a fare atletica e ho potuto provare e riprovare".

Qual è la scintilla che ti ha fatto tornare in montagna?
"Un giorno mi hanno invitato ad andare al Monte Rosa. Ho pensato che non sarei nemmeno arrivato in cima. Invece sono arrivato bene alla capanna Margherita. Da quel momento ho pensato di tornare all’alpinismo. Ho iniziato a modificare le protesi, a cercare soluzioni e un allenamento mirato. Così è ripartito tutto. Ho scalato il Chimborazo, un vulcano di 6.200 metri in Ecuador. Sono riuscito a salire il Dhaulagiri VII, in Nepal, una cima di 7.246 metri nella regione del Dolpo. Un test importante per le protesi e a quel punto stavo già progettato di salire l’Everest, ma poi è arrivata la pandemia a bloccare tutto".

Ora la cavalcata di tutte le cime del Monte Rosa...
"Abbiamo studiato un itinerario che parte dal Passo dei Salati, sotto il rifugio Mantova. La prima è la Punta Giordani, poi la Vincent e poi ci fermeremo al bivacco Giordani. Il secondo giorno si sale la Parrot, Corno Nero, poi si va verso la Capanna Margherita. Il giorno dopo la Zumstein, Dufour e Nordend. Poi torneremo al colle del Lyss, e affronteremo tutta la traversata del Lyskamm, la parte più delicata, poi Polluce e Castore. Nell’ultima tappa affronteremo tutti i Breithorn. Abbiamo messo in preventivo di stare in quota sei giorni, ma bisognerà valutare il tempo. Abbiamo tutto con noi e siamo carichi".