Uno dei settori più esposti è quello della ristorazione
Uno dei settori più esposti è quello della ristorazione

Milano, 21 gennaio 2020 - La stima dei “lavoratori invisibili” che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case dei lombardi per prestare la propria attività lavorativa arriva ad avvicinarsi a quota mezzo milione: 484mila persone totalmente o quasi sconosciute all’Inps, all’Inail e al Fisco. Non hanno assicurazione contro gli infortuni, non hanno né ferie né malattia. Ricevono un compenso, ma non accumulano neppure un centesimo di contributi pensionistici. Quando qualcuno decide di non pagarli più, semplicemente, perdono il lavoro. Naturalmente , non versano un centesimo di tasse. E qualche volta ricevono contributi pubblici e assistenza. A costi più bassi di chi è assunto regolarmente. Sono pesanti gli effetti collaterali sull’economia del “nero”. "Il lavoro irregolare in Lombardia è una piaga molto diffusa", mette in chiaro Mirko Dolzadelli, segretario regionale della Cisl Lombardia con delega al mercato del lavoro e un’attenzione particolare sul tema delle false cooperative e del dumping contrattuale.

Il fatto è che sulle oltre 900mila imprese registrate in Lombardia "i controlli sono pochissimi, non ci sono abbastanza ispettori del lavoro in grado di assicurare verifiche puntuali e capillari sull’intero tessuto produttivo regionale", denuncia il sindacalista. I numeri ufficiali dell’Ispettorato nazionale del lavoro declinati sulla regione più produttiva, più volte definita la locomotiva d’Italia, confermano la prospettiva disegnata da Dolzadelli: in base all’ultimo rapporto riferito al 2018, i lavoratori irregolari scoperti in Lombardia sono stati 9.922, quelli in nero 3.066. E chi si trova in questa condizione è concentrato soprattutto nel settore servizi, in particolare quelli alla persona (tra colf e badanti), nella logistica, nell’edilizia, nell’attività manifatturiera e nell’agricoltura oltre che nella sanità Sanità e assistenza sociale dove, peraltro, in 689 casi è stato "smascherato" un uso distorto dei contratti cosiddetti flessibili. Una situazione complessiva che ha portato in un anno a 989 tentativi di conciliazione per mettere in regola i lavoratori, con 814 esiti positivi finali". Così come positivamente si sono risolte le cosiddette diffide accertative per crediti avanzate da 1.162 lavoratori che così sono riusciti a recuperare le somme arretrate vantate nei confronti dei propri datori di lavoro.

E ancora in tema di sanzioni alle aziende, le regioni con il numero più alto di "furbetti" sono, insieme alla Lombardia, anche la Campania, la Puglia, il Lazio, la Toscana e l’Emilia Romagna. E quindi "è inutile cercare di fare delle buone leggi se poi non siamo in grado di farle rispettare – la stoccata del sindacalista della Cisl –. Occorre fornire agli addetti ai controlli tutti gli strumenti utili a contrastare in maniera radicale il lavoro nero e irregolare. La vigilanza va estesa arruolando più ispettori". E ancora, "sarebbe indispensabile ristabilire l’osservatorio alla cooperazione provincia per provincia". Che invece non c’è più. Resta un fatto: su oltre 400mila “fantasmi” stimati dal centro studi della Cgia di Mestre, a conti fatti se ne scopre solo meno di uno ogni 500. Cifra che rende assai improbabile essere scoperti e quindi relativamente più conveniente per chi offre lavoro in modo irregolare recuperare manodopera a basso costo. Fuori dalle regole e con gravi danni al fisco.