Simone Rossi (National Press)
Simone Rossi (National Press)

Ardenno (Sondrio), 16 novembre 2017 - ​«Nessuna nuova prova», l’epilogo dell’omicidio di Donald Sacchetto non va riscritto. La Corte d’Appello di Brescia ha rigettato l’istanza di revisione del legale di Simone Rossi, condannato a 30 anni per omicidio volontario, occultamento di cadavere, porto abusivo di arma da fuoco e spaccio.

Convinto che il suo assistito sia vittima di un «clamoroso errore giudiziario», l’avvocato bresciano Marino Colosio continua la sua battaglia. Ha già depositato il ricorso in Cassazione, 30 pagine in cui chiede l’annullamento del rigetto con un rinvio e un nuovo processo per Rossi, oggi 35 anni, che dal carcere di Porto Azzurro si è sempre professato innocente.«Quello di Donald è stato il gesto di un amico che ha distrutto due vite, la sua e la mia» aveva scritto Rossi in una lettera alla famiglia. «Alla Corte abbiamo fornito nuovi elementi che meritano una valutazione più attenta» sottolinea Colosio. Il gesto a cui fa riferimento Rossi è il suicidio. Sacchetto, operaio 36enne con un lavoro in Austria, quella notte del 17 maggio 2009 secondo lui si sarebbe sparato un colpo in testa con la sua pistola. Un colpo esploso al termine di una serata in giro per i pub con amici, alcol e droghe – era il suo compleanno - al culmine di un periodo di disperazione per il divorzio. Ipotesi suffragata da tre nuove perizie - balistica, fonometrica e medico legale – allegate all’istanza di revisione. In particolare un frammento della scatola cranica della vittima presenterebbe residuati incompatibili con il proiettile che i magistrati ritengono esploso da Rossi. «È stato condannato in un processo indiziario, senza movente, senza un cadavere, senza contraddittorio sulle consulenze – lamenta Colosio -. Chi lo dice poi che l’arma utilizzata sia stata una pistola? La grandezza della lesione è compatibile anche con un sasso. Pure il fratello di Donald nel maggio 2016 si tolse la vita (fu trovato morto per una misteriosa overdose, ndr)». Per i giudici gli elementi non costituiscono nuove prove e «il quadro probatorio rimarrebbe valido». Rossi quella sera fu visto andarsene sul Suv Mercedes di Sacchetto. Di lui non si seppe più nulla, finché 2 settimane dopo riemerse a brandelli dalla cava “Rossi Graniti”. Per i pm a ucciderlo fu Rossi che aveva una pistola, sparava in aria per fare il bullo e l’avrebbe eliminato per qualche debito non saldato o gelosia.