Alessandro Barbero
Alessandro Barbero

Milano - "Non escludo affatto di firmare un appello per chiedere l'obbligo vaccinale. Lo firmerei ma chiedo la massima attenzione e rispetto per i tanti motivi, che possono essere giusti o sbagliati, che inducono le persone ad avere dei dubbi sul vaccino". Lo storico Alessandro Barbero, professore all'Università degli Studi del Piemonte Orientale, precisa oggi la sua posizione nel corso di un dibattito online sul tema Green pass e vaccini organizzato dal direttore di MicroMega, Paolo Flores d'Arcais. E lo fa all'indomani delle polemiche scoppiate dopo l'appello, firmato anche da lui oltre che da 300 colleghi accademici, contro l'obbligatorierà della certificazione verde nelle università.

"Chi non lo fa (il vaccino, ndr) per motivi sbagliati deve essere convinto e poi gli si può anche imporre un obbligo - ha detto Barbero - ma chi non lo fa per motivi più condivisibili deve essere salvaguardato e rispettato". "Ho firmato un manifesto che esprimeva dei dubbi e che ritenevo di condividere, certo alcune parte non le avrei scritte in quel modo - ha sottolineato Barbero in merito all'appello dei docenti universitari contro l'obbligo del Grenn pass - ritengo che non si può accettare che ci sia confusione su quello che il governo ha costituzionalmente il diritto di fare e quello che non ha diritto di fare". 

E ancora: "Io credo che se una consistente minoranza di cittadini è spaventata da una misura che il governo vuole introdurre, con l'obbligo o in modo surrettizio, in democrazia sia fondamentale anche in emergenza che si aprisse un dialogo rispettoso e che si facesse maggior chiarezza, anziché dipingere cittadini spaventati come untori pericolosi. Molto del problema - aggiunge - consiste nel fatto del clima che si è creato, per cui segnalare cose per cui non si è convinti equivale ad essere criminalizzati".  

Sotto la lente del medievalista c'è l'aspetto giuridico dell'impianto che sorrregge il Green pass: "Ad una minoranza che ha violato un preciso obbligo di legge, il governo ha il diritto di imporre sanzioni. Del tutto diverso è il caso di un governo che, senza voto del Parlamento e violando una direttiva dell'Unione Europea che proibisce di incriminare sulla base del vaccino, di fatto toglie diritti fondamentali a persone che non hanno violato un obbligo, non hanno infranto una legge". "Mi è sembrato giusto firmare l'appello dei docenti perché il punto fondamentale è questo - aggiunge - non si può accettare senza discutere, senza neanche riconoscere la legittimità del dubbio e di chiedere chiarimenti, che ci sia così tanta confusione su quello che il governo ha costituzionalmente il diritto di fare.

Dal canto suo,il direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais è andato oltre: "Impegnamoci a presentare un appello al governo affinché si approvi una legge per un vaccino obbligatorio. Io sarei felice che questa legge avvenisse con un voto di fiducia - ha aggiunto Flores d'Arcais - per cui vedremmo chi si assume la responsabilità e chi fa i doppi giochi". 

L'appello dei 300 professori

Ma cosa diceva il documento firmato, tra gli altri, anche da Barbero? Per i docenti firmatari quella introdotta dal governo è una "ingiusta e illegittima la discriminazione ai danni di una minoranza". I sottoscrittori dell'appello "ritengono che si debba preservare la libertà di scelta di tutti e favorire l'inclusione paritaria, in ogni sua forma", mentre il green pass "suddivide la società italiana in cittadini di serie A, che continuano a godere dei propri diritti, e cittadini di serie B, che vedono invece compressi quei diritti fondamentali garantiti loro dalla Costituzione".

Ma, come sostiene il direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais, è evidente che in un contesto pandemico la "libertà di scelta" di chi non vuole vaccinarsi né sottoporsi regolarmente a tampone (perché questo prevede il green pass) limita pesantemente la libertà degli altri cittadini di frequentare serenamente l'università senza rischiare il contagio. Tenere a distanza chi non vuole vaccinarsi né sottoporsi a tampone, dunque, non ha nulla di discriminatorio, ma è una misura elementare minima di difesa della libertà (e vita) degli altri.