Emanuele Filippini ha conosciuto Frank Seramondi ai tempi della prima forneria a Urago Mella
Emanuele Filippini ha conosciuto Frank Seramondi ai tempi della prima forneria a Urago Mella

Brescia, 13 agosto 2015 - «Frank e la Vanna li conoscevo da quando ero bambino. Andavo da loro quando mia mamma mandava me e mio fratello a comprare il pane. Quello che è successo mi ha sconvolto». Emanuele Filippini, ex giocatore di calcio che in carriera insieme al gemello Antonio ha vestito anche e soprattutto la maglia del Brescia, fatica quasi a trovare le parole. A Urago Mella, il quartiere dove è nato e dove con Antonio ha cominciato a tirare i primi calci al pallone, ci si conosce tutti. Più che un quartiere è un piccolo paese e lì Francesco Seramondi con la moglie Giovanna Ferrari negli anni ’70 aveva aperto la prima forneria. «Quando Antonio ed io entravamo nel negozio - ricorda Emanuele - ci chiedeva sempre come andava il calcio. Lo faceva quando eravamo bambini e pure quando siamo diventati grandi».

Come tanti bresciani anche i gemelli Filippini, impegni sportivi permettendo, un salto da Frank per chiudere la serata lo facevano volentieri. «Era un rito - ricorda Emanuele - E tutte le volte era un piacere incontrarci. Avevamo fatto anche una fotografia che aveva appeso». L’ultima volta che Emanuele è stato da Frank è stato 8 mesi fa. «Era impegnato a impastare come sempre - ricorda - Ha però lasciato tutto quando ha capito che ero entrato nel locale. Non mi è sembrato preoccupato, ci siamo salutati come due buoni amici dandoci appuntamento per il futuro. Spero trovino i colpevoli. Un episodio come questo genera insicurezza, una ferita per la città».

Anche Adamo Cherubini conosceva bene Frank. Negli anni ’90 insieme al padre aveva aperto il Woodstock, uno dei locali storici della Brescia di quegli anni, proprio nel piazzale di via Vallecamonica teatro del duplice omicidio. «Frank è arrivato qualche mese dopo - racconta - Anche io sono di Urago Mella e con Marco, suo figlio, frequentavamo gli stessi posti in quartiere». Poi si sono trovati a dividere la notte per motivi di lavoro. «Dicevamo scherzando che dopo le 3 in giro c’erano solo i matti - racconta Adamo -. Con lui il rapporto era ottimo e andava al di là del lavoro. Era davvero una brava persona». Adamo ricorda quando in quegli anni i residenti del vicino quartiere della Badia avevano raccolto le firme per far chiudere a lui e a Francesco Seramondi i locali. «Dicevano che facevamo rumore - spiega - Noi però eravamo un presidio. Lo spaccio lì non esisteva. Francesco con il suo locale ora era rimasto l’ultimo presidio della zona».