Varese, 28 ottobre 2017 - «Non so da dove provenisse quel foglietto. L’ho subito detto, come ho detto immediatamente che non è la mia calligrafia quella che scrive “Stefano è un barbaro assassino”». Stefano Binda è in piedi davanti alla Corte d’Assise di Varese che lo processa per l’omicidio di Lidia Macchi. Hanno appena terminato di deporre, in successione e l’una sotto gli occhi dell’altra, le grafologhe Susanna Contessini e Cinzia Altieri, la prima consulente per procura generale, la seconda nominata dai difensori del cinquantenne di Brescia. Un autentico confronto a distanza spazio temporale ravvicinatissima fra posizioni inconciliabili. La prima attribuisce con sicurezza all’imputato la lugubre prosa anonima “In morte di un’amica” e lo scritto “Stefano è un barbaro assassino”. Cinque parole sul retro di un brano dell’autore greco Lisia, stampato e con la traduzione di alcune parole, a mano, con una grafia nitida e tonda. Il foglietto viene trovato in un’agenda del 1986, sequestrata nella camera dell’indagato nella perquisizione del 25 settembre 2015.

Binda parla, sicuro, al microfono. «La perquisizione è durata quattro ore. Mi sono stati mostrati una quadernone e una fotografia e ho detto che non erano miei. In questura ero in una stanza con un ispettore, altri due erano in un’altra stanza. È uscito uno di loro con il foglietto e io ho detto subito che non l’avevo scritto. Anche le glosse sul retro non erano mie. Ho aggiunto che il biglietto non mi apparteneva». Scontro sul fronte grafologico. Susanna Contessini, per l’accusa, dice che la grafia di Binda possiede una «attitudine alla variabilità» e nello stesso tempo ha sue caratteristiche peculiari nella morfologia delle lettere, nell’appoggio sul rigo, nella pressione. «Mi sono meravigliata - dice parlando di ‘In morte di un’amica’ - leggendo che la collega ritenga che uno rediga le prime due strofe, un secondo il restante e un terzo l’indirizzo sulla busta», Come se si trattasse di una «sgangherata banda di anonimi che procedono in ordine sparso». Ribatte l’esperta della difesa. «Non ho parlato di mani diverse, ma momenti diversi di scrittura. Nella consulenza Contessini sono state esaminate solo analogie, non le differenze».

Depone l’ispettore di polizia Giovanni Maschi, in forza alla Mobile di Varese prima di passare alla polizia giudiziaria di Busto Arsizio. Racconta di un’agenda del 1983 di Lidia Macchi dove compaiono l’indicazione “Stefano Binda Brebbia” e un numero di telefono, mai appartenuto alla famiglia Binda o sbagliato, che in ogni caso non si è riusciti ad attribuire. Nella sua testimonianza Stefano Varano smentisce drasticamente l’amica Patrizia Bianchi, che ha riferito di avere appreso da lui di un complotto con la regia di tre avvocati di Brescia per scagionare Binda. Mai pronunciata la parola complotto. Tutto un equivoco. Con un’istanza i legali di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno chiesto la revoca dell’ordinanza della Corte che stabiliva che l’avvocato di Brescia Piergiorgio Vittorini, nel caso che avesse deciso di parlare della persona che si era rivolta a lui come vero autore di “In morte di un’amica”, avrebbe dovuto rinunciare “in toto” al segreto professionale. La difesa chiede che il penalista possa testimoniare liberamente, avvalendosi del segreto quando lo riterrà opportuno.