Garlasco, 30 dicembre 2016 - Il maresciallo mentì davanti al giudice sulle circostanze che accompagnarono la sua decisione di non sequestrare la bicicletta nera da donna in uso ad Alberto Stasi, assai simile a quella vista da una testimone davanti all'abitazione di Chiara Poggi all'ora del delitto. Ma neanche la sentenza che il 23 settembre scorso ha condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione Francesco Marchetto, all'epoca comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, riesce a metterne a fuoco le ragioni. Lo si ricava dalle 15 pagine di motivazioni depositate dal giudice monocratico del Tribunale di Pavia Daniela Garlaschelli.

Di sicuro, osserva il magistrato, «la falsa rappresentazione della realtà offerta ebbe rilevante efficacia probatoria nel corso dell'intero procedimento e fu in grado di influire sulla decisione, deviandone il corso dall'obiettivo dell'autentica e genuina verità processuale». Anche per effetto di quella falsa testimonianza Alberto Stasi venne assolto nei primi due giudizi di merito. «Non è dato di conoscere - osserva però la sentenza - quali siano state le ragioni per le quali Marchetto scelse deliberatamente di mentire su questa circostanza, atteso che il medesimo ha eluso, nel corso delle udienze, tale specifica domanda offrendo risposte contraddittorie e fumose. Il pubblico ministero ha ipotizzato, in assenza di elementi univoci di favoreggiamento, che l'imputato avesse così agito per sottacere il macroscopico errore compiuto nel lasciare la bicicletta nella disponibilità degli Stasi». Appare scontata l'impugnazione della sentenza da parte dell'ex maresciallo, anche perché il reato si prescriverà tra pochi mesi.