Monza, 18 giugno 2017 - Quella mattina il piccolo Paolo sarebbe andato a scuola come sempre, spensierato, sottobraccio con un amichetto e compagno di scuola. A pochi metri da casa, però sulla sua strada si pararono tre sconosciuti, che lo convinsero a salire in macchina con loro. «Tuo papà ci ha chiesto di venirti a prendere». Avevano preparato bene la loro azione i tre loschi figuri, la macchina era proprio uguale al quella del signor G., industriale, una “1100” su cui il bambino era salito tante volte col papà. E poi a convincere il piccolo c’era anche il fatto che uno dei tre sconosciuti era un ex operaio che aveva lavorato per anni proprio nell’azienda di papà, anche se al momento contava di non essere riconosciuto. Va in scena, la mattina del 9 dicembre del 1963 a Monza, uno dei primi - anzi forse addirittura il primo in assoluto - sequestri-lampo della storia d’Italia. Obiettivo dei rapitori, farsi consegnare 30 milioni di lire per il riscatto, pena la morte del ragazzino, che aveva appena 8 anni. “

Il primo kidnapping della cronaca nera italiana ha avuto fortunatamente un lieto fine”, ricorda però Il Giorno. Il bambino venne ritrovato nel giro di 12 ore, sano e salvo, e i sequestratori furono tutti assicurati alla giustizia. Facciamo allora un passo indietro.
Protagonista suo malgrado della vicenda è Paolo R., 8 anni. Suo padre, 35 anni, è titolare a Monza di una piccola azienda. Sono anni in cui comincia ad aleggiare nella cronaca nera l’idea dei sequestri-lampo, meglio se di minori. Negli Stati Uniti ci sono stati casi celebri, come quello del figlioletto del noto aviatore Charles Lindbergh, rapito e brutalmente ucciso nel 1932: caso che ha ispirato in qualche maniera anche Assassinio sull’Orient Express, celebre giallo della scrittrice Agatha Christie. E pure alla televisione si parla di casi simili: proprio poche sere prima di quanto accade a Monza la Rai aveva trasmesso lo sceneggiato Paura per Janet, in cui si raccontava proprio un kidnapping, anzi un sequestro-lampo, appunto. 

E nel 1973 si vivrà il rocambolesco sequestro di Paul Getty III, nipote del magnate americano del petrolio John Paul Getty, rapito dalla ‘ndrangheta in America e rilasciato dopo avergli mozzato un orecchio. Stavolta però a Monza i rapitori sono soltanto tre balordi di scarse speranze. Innanzitutto c’è E.G., 20 anni: è lui la mente, ha lavorato alle dipendenze dell’industriale di cui vuole rapire il figlio e abita a due passi da casa sua. Nell'impresa, è riuscito a coinvolgere, assoldandoli alla Stazione centrale di Milano, due complici senz’arte né parte come lui: A.N., 21 anni, originario di Napoli e residente a Cologno Monzese (l’autista); ed E.P., 25 anni, senza fissa dimora, due anni da studente di Giurisprudenza a Bari (l’“esperto” di Legge). L’idea è quella di intascare un bel gruzzolo, senza rischiare troppo - almeno a loro modo di vedere - spillandolo a una fiorente azienda a conduzione familiare che dava lavoro a una quindicina di persone.
Terminerà tutto per fortuna in un buco nell’acqua.

IL SEQUESTRO - I tre balordi entrano in azione la mattina del 9 dicembre 1963. Alle 8.40 il piccolo Paolo esce per dirigersi alla scuola elementare assieme a un coetaneo che abita nel suo stesso palazzo. A raggiungerli immediatamente c’è anche un terzo compagno. Sembrerebbe tutto tranquillo, come decine di altre mattine, se non fosse per una macchina, una “1100” scura, che fa capolino all’improvviso a un incrocio: a bordo ci sono tre giovani. Uno di loro scende e si fa incontro a Paolo: «Vieni, tuo padre ti vuole». Ogni perplessità del piccolo viene fugata dal modello e dal colore della vettura: proprio quelli della macchina di papà. Una scelta non casuale, visto che i tre malviventi ne avevano rubata apposta una fatta così per rendere più credibile la loro azione agli occhi del ragazzino.

Il primo passo del kidnapping è andato alla perfezione, ora bisogna proseguire. A mezzogiorno al papà del bambino arriva una telefonata. All’altro capo, una voce maschile lo avverte: «Abbiamo rapito suo figlio, tenga pronti 30 milioni in biglietti da 5 e 10mila lire non segnati. E acqua in bocca con la polizia, se vuole rivedere ancora vivo il suo bambino». Il papà rimane paralizzato dal terrore. Poi, fa l’unica scelta sensata: chiama la polizia. Per le 13, una task force formata da duecento uomini fra poliziotti, con rinforzi anche dalla squadra Mobile di Milano, e carabinieri, è già pronta. Ricetrasmittenti alla mano, in borghese, vanno a coprire la zona fra l’abitazione dell’industriale e la sua azienda, in attesa che arrivi una nuova telefonata dai rapitori.
La chiamata arriva alle 16.30.

Al padre viene intimato di farsi trovare per sera sulla piazza principale di Trezzo sull’Adda: «Porti i contanti e non faccia scherzi, si ricordi che suo figlio è sempre nelle nostre mani». Per le 20, però, carabinieri e polizia hanno trasformato piazza Libertà a Trezzo “in una trappola”, come ricordano i giornali. Alcuni uomini si appostano sul campanile armati. Altri si pigiano all’interno di un camion civetta, nascosti sotto pile di stoffe, a ridosso della chiesa. G.R. arriva alle 20 in punto sulla sua auto, con sé porta due pacchi, con 12 dei milioni richiesti, tutto quello che è riuscito a racimolare. E una piccola radiotrasmittente con cui si tiene in contatto con la polizia. Alle 20.15 sopraggiunge una “1.100” scura, che va a parcheggiare in un angolo nascosto del paese, tenuto in realtà sott’occhio dagli agenti. Ne scende un giovane con occhiali affumicati sul viso, che si dirige verso l’industriale. «Fuori i soldi!» la frase scontata. A quel punto l’industriale consegna il denaro, mentre dall’auto scendono anche i due complici, lasciando il bambino nell’abitacolo da solo.

In un lampo a tutta la squadra anti-sequestro viene ordinato di intervenire: due rapitori si vedono piombare addosso decine di uomini, il terzo riesce a scappare, ma solo momentaneamente. Intanto il bambino viene messo in salvo e poco dopo può riabbracciare il padre. Sta bene, solo è ancora un po’ intontito. Si scopre che i suoi rapitori nel corso della giornata, per tenerlo buono e non avere cattive sorprese, gli avevano fatto ingurgitare diversi sonniferi. E ancora alle 22.30, al Commissariato di Monza, non si era svegliato del tutto. Un cronista incrociandolo davanti al Commissariato prova a domandargli: «Che cosa ti è sembrato della tua avventura?». E il piccolo risponde confuso: «Quale avventura? È tutto molto strano». Il papà lo riporta a casa subito dopo a riabbracciare anche la madre, mentre la sorellina piccola (3 anni) è al mare, dove era stata spedita per restare lontana dal clamore.


IL PROCESSO - I due banditi arrestati, E.G., il monzese, la mente, e A.F., l’autista napoletano (quello con gli occhiali scuri, a cui viene trovato addosso un coltello a serramanico), vengono rinchiusi nel carcere di San Vittore a Milano. Il terzo complice, E.P., il pugliese, si costituisce nella notte, quando si rende conto di non avere più scampo. E.G. era stato appunto un dipendente dell’azienda dell’industriale, il quale - appreso chi fosse - reagisce stupito: «Non aveva motivi di risentimento nei miei confronti, non lo avevo neppure licenziato, se n’era andato lui spontaneamente dopo l’apprendistato». Al processo i tre devono rispondere del reato di sequestro di persona a scopo di estorsione e del furto di due auto e, per A.F., del porto abusivo di coltello.
I tre vengono condannati rispettivamente, il 4 febbraio 1965, per ratto a scopo di estorsione e furto aggravato: il 24enne di Bari, a 12 anni e 4 mesi e 700mila lire di multa; il 21enne di Cologno Monzese, l’autista napoletano, a 9 anni e 2 mesi e 525mila lire di multa; il 21enne di Monza, la mente, a 7 anni di reclusione e 397mila lire di multa e all’internamento per un anno in casa di cura una volta espiata la sua pena per seminfermità mentale. Al momento della lettura della sentenza, quest’ultimo sviene in aula.
 

OGGI - «Una storia dolorosa». Abbiamo rintracciato l’industriale protagonista suo malgrado di questa vicenda. Ormai sulla soglia dei novant’anni, la ricorda ancora alla perfezione ma, dopo essersi consultato con il figlio, che vive ormai da tempo lontano da Monza, chiede di non parlarne più. Una vicenda dura che, pur terminata bene, evidentemente ha lasciato le sue ferite.  E proprio per questo abbiamo deciso di non fare nomi e di non fornire contorni troppo precisi, anche topografici, che possano aiutare a individuare i suoi attori.  I quali, nel bene e nel male, hanno diritto a dimenticare per quanto possibile la terribile vicenda in cui si trovarono coinvolti oltre mezzo secolo fa.