Milano, 30 novembre 2017 - Sigari spenti  sulla fronte. Minacce alla famiglia. E pestaggi. Gli strozzini violenti di Pioltello non andavano troppo per il sottile; e neppure si facevano scrupoli a intimidire la gente in strada, come se fossero i padroni incontrastati della zona. Sono andati avanti per mesi, fondando il loro potere criminale sulla paura dei taglieggiati e sul curriculum da ’ndranghetisti rampanti.

Nessuna denuncia agli atti. Nessuna segnalazione. Eppure i carabinieri del Nucleo investigativo di Monza e della Compagnia di Cassano d’Adda sono riusciti a bloccarli comunque: in manette il 27enne Manuel Manno, figlio del boss Alessandro (condannato per l’inchiesta Infinito), e i due complici Fabrizio Gambardella e Francesco Pentassuglia, tutti e tre fermati con le accuse di estorsione, usura e violenza privata; reati aggravati «dall’aver commesso il fatto con metodo mafioso», si legge nel decreto firmato dal pm della Dda Paolo Storari. Per Manno, in particolare, era imminente il pericolo di fuga: stava per imbarcarsi su un volo di sola andata diretto a Bangkok, in Thailandia. Tutto nasce da una precedente inchiesta, quella che il 4 novembre ha portato in carcere Roberto Manno, cugino di Manuel, ritenuto responsabile dell’esplosione di un ordigno davanti all’appartamento di un giovane ecuadoregno nel frattempo scappato in patria che gli doveva 32mila euro (a fronte di un prestito di 20mila). In quei giorni, gli approfondimenti investigativi dei militari fanno emergere almeno un altro episodio. La vittima, in questo caso, è un altro sudamericano, il 32enne Geovanny G.: «Nel mese di agosto 2016 – metterà lui a verbale – avevo delle difficoltà economiche e non riuscivo a pagare il mutuo e avevo delle altre spese che dovevo affrontare». A quel punto, l’uomo decide di rivolgersi al vecchio compagno di scuola Manuel: «Io gli chiesi 3mila euro e lui fu chiaro con me sin dall’inizio: mi chiese 400 euro di interessi al mese, e quando li avrei avuti avrei dovuto saldare i 3mila euro tutti insieme. Fino al saldo pretendeva il pagamento della somma di 400 euro mensili»; senza contare «una penale di 50 euro per ogni ritardo».

Geovanny non riesce ovviamente a fronteggiare le scadenze, anche perché nel luglio 2017 perde il lavoro da barista in un hotel della Centrale. Da lì inizia l’incubo: «Credo fosse nel mese di settembre quando quando sono iniziate le minacce: ricordo che mi diceva al telefono che aveva visto mio figlio in giro in bici e che se non avessi saldato subito gli avrebbero spezzato un braccio». In un’altra occasione, Manno si sarebbe rivolto così alla moglie di Geovanny: «Le ha detto che se non pagavo potevano sequestrarla e metterla nel giro della prostituzione». Poi il pestaggio del 25 settembre, dopo aver costretto il 32enne a salire in macchina: «Quello che guidava si è messo davanti a me e mi ha spento il sigaro che stava fumando sulla fronte. Io d’istinto sono sceso dalla macchina e quello più giovane mi ha dato un calcio sulla schiena. Mi sono ritrovato spalle alla macchina e loro mi hanno accerchiato». Un tunnel lunghissimo. Fino al settembre scorso. Ora i fermi.