Milano, 29 settembre 2017  – «Aspetto che devo fare, perché io sono qua presto, ci mancherebbe altro dai». Sono le 8.29 del 2 ottobre 2015, siamo a Seregno. L’onnipresente Antonino Lugarà, imprenditore-faccendiere che faceva da trait d’union tra clan e politica, secondo i pm, concorda un appuntamento con Fortunato Vincenzo Corso. Originario di Mileto, 63 anni, il calabrese trapiantato a Cesano Maderno (che risulta indagato) altri non è che il dirigente dell’Unep (Ufficio notifiche esecuzioni e protesti) della sezione distaccata di Desio del Tribunale di Monza. Un ufficiale giudiziario a disposizione del costruttore edile in odor di malavita e dei suoi amici, stando alle indagini dei carabinieri. E del resto c’è un precedente a rafforzare l’ipotesi accusatoria. Il suo nome era già emerso nell’inchiesta Infinito, come ricordato negli atti della Procura di Monza: «Si documentava – annotano i militari – come, grazie al suo ruolo di capo coordinatore degli ufficiali giudiziari del Tribunale di Desio, si fosse adoperato per favorire Domenico Pio, appartenente al locale di Desio, il defunto Saverio Moscato, fratello del capo locale di Desio e di conseguenza la locale di ’ndrangheta di Desio». In questa occasione, invece, Corso avrebbe favorito Massimo Ponzoni, l’ex assessore regionale in quota Pdl arrestato nel 2012 per peculato, concussione, finanziamento illecito ai partiti, corruzione e altri reati: «In particolare, si documentava come Vincenzo Corso, contravvenendo agli obblighi impostigli dal suo ruolo e ricevendo per questo una somma di denaro non potuta quantificare, posticipava un non meglio definito provvedimento esecutivo a carico di Ponzoni, permettendogli così di guadagnare del tempo utile a regolarizzare a suo vantaggio la posizione giuridica relativa all’immobile di corso Italia 183 a Desio».

La storia è questa. Nel corso della sua normale attività in Tribunale, Corso scopre che l’ex politico (pure lui indagato) è alle prese con una controversia legata a uno stabile sede della società Acero Rosso: in sostanza, sembra che Ponzoni fosse a rischio sfratto, o che comunque stesse per perdere la disponibilità di quei locali. A quel punto, Corso ne parla a Lugarà. È lui a proporsi: «Ho incontrato per caso il suo avvocato... e mi ha detto che lei c’ha un problema per quello che avevamo messo... là... che aveva fatto l’esecuzione che adesso ce ne ha un altro?». «Sì», replica Lugarà. «E però lo faccia subito – suggerisce Corso – perché prima... perché là c’hanno dei tempi lunghi, è inutile... se lei lo fa, subito io glielo dico a lui poi come deve fare, capito?». In pratica, Corso suggerisce a Ponzoni via Lugarà di modificare il contratto da comodato d’uso gratuito a locazione. Detto, fatto. Due giorni dopo l’ultimo incontro tra Corso e Lugarà in una pasticceria, Ponzoni cambia il contratto. Missione compiuta per il costruttore, che negli stessi giorni stava facendo pressioni sul sindaco Edoardo Mazza (che lui stesso aveva contribuito a eleggere con l’aiuto dell’allora vicepresidente di Regione Lombardia Mario Mantovani) per completare l’iter legato alla realizzazione di un supermercato in un’area dismessa.

Una lettura, quella dei magistrati brianzoli ratificata dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Pierangela Renda, contestata da Lugarà in sede di interrogatorio di garanzia, andato in scena ieri. In poche parole, spiega il legale Luca Ricci, l’imprenditore ha spiegato di essersi limitato a dare «consigli di voto» del tutto leciti ai tempi della campagna elettorale per due candidati che alla fine avrebbero totalizzato solo «100 voti». La difesa contesta anche che si parli di «illegittimità dell’iter del piano attuativo» per quanto riguarda l’area ex Dell’Orto.