Esino (Lecco), 14 gennaio 2017 - Le tensioni emerse venerdì con la protesta dei richiedenti asilo a Esino che hanno sfilato nel paese chiedendo a gran voce di avere la residenza hanno fatto molto discutere e le reazioni sono diverse sia tra i cittadini sia tra gli immigrati che hanno preso parte alla protesta. All’esterno della Montanina, dove vivono gli immigrati, un abitante di Esino, Giuseppe Barindelli, commenta: «Loro vogliono la residenza ma qui non c’è lavoro, non abbiamo servizi, non c’è niente e dovremmo dare a loro altro oltre all’ospitalità?! Non è proprio giusto soprattutto visto il modo in cui hanno fatto la loro protesta». Ma gli stessi protagonisti della manifestazione vogliono dire la loro come Michael Eze, a Esino da dieci mesi dopo essere fuggito dalla Nigeria a causa degli scontri tra la sua famiglia e la comunità: «Scontri in cui è morto mio padre – afferma il giovane – e qui mi sono salvato. Noi abbiamo diritto ad avere la residenza e non è giusto che il Comune fa così. Mi dispiace che si siano spaventati quando siamo andati in tanti in municipio ma noi non abbiamo fatto nulla di violento».

Stesso discorso portato avanti da Jiobe Aboubakar, fuggito dal Gambia, che spiega: «Qui posso avere una nuova possibilità ma senza documenti cosa posso fare? Abbiamo fatto una manifestazione pacifica per chiedere il rispetto di un nostro diritto, perché non ci danno i documenti?». Per Bello Ahmid la fuga in Italia è dovuta all’orientamento sessuale che gli sarebbe potuto costare la vita in Nigeria: «Voglio solo stare tranquillo e vivere la mia vita, non voglio dare fastidio a nessuno e la protesta di ieri non voleva spaventare nessuno. Ci dispiace se in comune hanno avuto paura vedendo così tanta gente ma noi chiediamo solo la residenza». Uno dei richiedenti asilo estrae poi un cellulare e mostra il comunicato stampa dell’onorevole Paolo Grimoldi della Lega, tradotto in inglese, che parla di 1.100 euro al mese per ogni profugo e arriva la rabbia del gruppo: «Perché i politici dicono che noi prendiamo mille euro al mese ma poi abbiamo vestiti brutti, il cibo non è buono e non abbiamo cure mediche. Uno di noi ha male ai denti e non viene curato. I problemi non vengono risolti e a noi non vengono dati questi soldi, siamo molto arrabbiati per tutto quello che succede».

A questo punto il responsabile della struttura inizia a spiegare come vengono usati i soldi e i ragazzi rientrano alla Montanina ma è chiaro che gli animi sono esasperati. A pochi passi c’è il comune dove l’impiegato Serafino Manzoni parla degli eventi di venerdì: «Abbiamo visto tutta questa gente che gridava, sbattevano sulle finestre i cartelli con la scritta della residenza, ci siamo spaventati e abbiamo chiuso la porta a chiave. Allo sportello aveva due persone di 80 anni che dovevano prendere la carta d’identità e avevo paura che potesse succedere qualcosa a loro, per tutelare i cittadini ho chiuso la porta. Ho chiamato i responsabili del Coe e i carabinieri per chiedere un intervento di fronte a quello che succedeva e non sono uscito fuori con nessuna spranga. Siamo qui a fare il nostro lavoro e cerchiamo di farlo bene per tutti, vedere queste cose è assurdo».